Il caso del senatore Di Girolamo
Il Mattino di Padova, 6 marzo 2010
Il ruolo del senatore Nicola Di Girolamo nello
scandalo Fastweb deve far riflettere sui gravi
limiti del voto degli italiani residenti all’estero.
Oltre ai profili criminali che stanno emergendo in
questi giorni, trovano conferma le perplessità e i
giudizi negativi sulle modalità di rappresentanza
dei cittadini che vivono fuori dall’Italia. Bisogna
riconoscere che la responsabilità ricade soprattutto
sul centrosinistra che, per la prima volta al
governo e in maggioranza in Parlamento, nel gennaio
del 2001 approvò, insieme al centrodestra, due leggi
che, modificando gli articoli 48, 56 e 57 della
Costituzione, introdussero le «Circoscrizioni Estero
per l’elezione delle Camere».
Da allora
gli italiani residenti all’estero possono votare per
le elezioni politiche senza dover venire in Italia
e, cosa impossibile per gli altri italiani, possono
farlo addirittura a domicilio. Presso le
associazioni e le comunità italiane all’estero si
sono diffuse le promesse di finanziamenti e di
favori per conquistare i pochi voti necessari, visto
che la grandissima maggioranza di aventi diritto non
ha mai neppure preso in considerazione l’idea di
votare per il Parlamento di un Paese sconosciuto ed
estraneo.
Il
risultato è stato che le organizzazioni criminali
possono facilmente influenzare il consenso e
determinare gli eletti, aiutate dal basso numero di
votanti e dalla scarsa attenzione dell’opinione
pubblica italiana sulla campagna elettorale. Perciò
in ogni elezione ci sono state accuse di brogli e,
adesso, elementi certi di influenze criminali.
Queste
riforme, approvate con sorprendente superficialità
per calcoli elettorali, hanno causato due effetti
molto negativi: hanno creato le condizioni per
favorire fenomeni clientelari, propedeutici alle
infiltrazioni delle organizzazioni criminali; hanno
rafforzato una concezione chiusa, nazionalista e
razzista del nostro ordinamento sulla cittadinanza,
mettendo una seria ipoteca sulla possibilità di
estendere il diritto di voto ai cittadini stranieri
che hanno scelto di vivere in Italia.
Il primo
aspetto è d’attualità oggi ma era già emerso nella
scorsa legislatura con i casi dei senatori Di
Gregorio, dell’Italia dei valori, e Pallaro, del
gruppo misto, che avevano esercitato il loro mandato
ricattando costantemente governo e opposizione per
ottenere maggiori finanziamenti e vantaggi per se
stessi e per i loro referenti nelle comunità
all’estero. Attorno a questo sistema hanno trovato
grandi spazi le organizzazioni mafiose che si sono
allargate utilizzando molti emigranti italiani. Per
comprendere questo fenomeno basta guardare ai
traffici di droga tra l’America del sud e l’Italia o
alla strage di Duisburg in Germania.
Il
secondo aspetto riguarda la legge sulla
cittadinanza. L’Italia, anche per il nostro passato
razzista e fascista, è rimasto uno dei pochissimi
paesi a fondare la cittadinanza soltanto sullo ius
sanguinis, basato sull’appartenenza genealogica, e
ad escludere lo ius soli, basato sul luogo di
nascita. È ora di prendere atto che lo ius sanguinis
costituisce un legame etnico di consanguineità e non
determina l’appartenenza a una nazione. Su questo
piano centrosinistra e centrodestra nel 2001 hanno
commesso un errore grave: con le riforme per il voto
degli italiani all’estero hanno rafforzato lo ius
sanguinis e hanno allontanato l’introduzione di
forme di ius soli. E così l’immigrato, che da anni
risiede regolarmente in Italia e paga le tasse, non
vota; il figlio o il nipote di emigrati, che è nato
e vissuto sempre all’estero e non paga le tasse in
Italia, vota per il Parlamento e lo fa pure a
domicilio.
La
vicenda del senatore Di Girolamo può essere risolta,
dal punto di vista penale, autorizzando il suo
arresto e deve diventare l’occasione per riflettere
su cosa significa essere italiani oggi e per
rivedere, senza le scorciatoie e le furbizie del
passato, le norme sulla cittadinanza. Allora sarà
possibile estendere la cittadinanza e il voto agli
immigrati che hanno scelto il nostro Paese per
costruirsi un futuro e ai loro figli nati in Italia,
e sarà possibile anche introdurre norme severe per
correggere gli errori fatti sul voto degli italiani
residenti all’estero.