IL DECRETO SALVA-LISTE
Un atto arrogante
del governo
Il Mattino di Padova, 11 marzo 2010
Il
decreto legge approvato dal governo Berlusconi
venerdì 5 marzo per provare a sanare gli errori
commessi dal centrodestra nella presentazione delle
liste per le elezioni regionali in Lombardia e in
Lazio si sta rivelando uno strumento inutile che
manifesta l’arroganza e il disprezzo delle regole da
parte del centrodestra.
I tribunali amministrativi di Lazio e Lombardia e
l’ufficio elettorale di Roma hanno emesso sentenze
che, almeno finora, dimostrano che il decreto non ha
cambiato le leggi in vigore, e, quindi, non ha
influito sulle decisioni degli organi competenti ad
accogliere le liste.
In questa situazione tesa e confusa Di Pietro e
altri suoi colleghi di partito hanno individuato
Giorgio Napolitano come responsabile del decreto e
ne hanno invocato a gran voce l’impeachment, che nel
nostro ordinamento si chiama messa in stato d’accusa
e sospensione. Questa richiesta è sbagliata perché
il presidente Napolitano non ha alcuna
responsabilità rispetto al decreto e rischia di
aprire un pericolosissimo conflitto istituzionale e
di indebolire il Presidente.
La Costituzione, all’articolo 77, stabilisce che
«il governo adotta, sotto la sua responsabilità,
provvedimenti provvisori con forza di legge», e,
all’articolo 87, che il Presidente della Repubblica
«emana i decreti aventi valore di legge». Il decreto
legge, dunque, è adottato dal governo, che ne assume
la piena responsabilità, ed è emanato dal
Presidente. Egli può agire diversamente soltanto di
fronte ad una legge già approvata dal Parlamento: il
Presidente può, con un messaggio motivato, rinviare
la legge alle Camere, e, in caso di nuova
approvazione, deve promulgarla.
Nel nostro ordinamento il Capo dello Stato
garantisce e rappresenta l’unità nazionale, non é né
un giudice amministrativo né una corte
costituzionale. Infatti tutte le leggi dichiarate
incostituzionali dalla Corte Costituzionale sono
state firmate dai diversi Presidenti della
Repubblica. Appurato che la richiesta di Di Pietro
di mettere in stato d’accusa Napolitano è priva di
qualsiasi ragionevole fondamento, cosa accadrebbe se
qualcuno, ad esempio Berlusconi, prendesse sul serio
il leader dell’Italia dei valori? Il Presidente
sarebbe sottoposto ad un’indagine istruttoria del
comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa.
Il comitato, dove il centrodestra ha la
maggioranza, presenterebbe una relazione al
Parlamento che, in seduta comune e a maggioranza
assoluta, approverebbe, sulla base degli attuali
schieramenti politici, la messa in stato d’accusa. A
questo punto il Presidente sarebbe giudicato dalla
Corte Costituzionale, integrata da 16 componenti
estratti da un elenco compilato dal Parlamento.
In caso di una prevedibile sentenza di condanna il
Parlamento procederebbe all’elezione di un nuovo
Presidente, che, con molte probabilità potrebbe
essere l’attuale Presidente del Consiglio. E’ questa
la strategia dell’Italia dei valori? Consegnare al
centrodestra e a Berlusconi la possibilità di
eleggere il presidente della Repubblica? Mi auguro
di no ma, comunque, la richiesta di impeachment ha
danneggiato il centrosinistra e reso più complicato
il già molto difficile lavoro del Presidente
Napolitano.
La posizione di Di Pietro punta, accreditandosi in
modo demagogico come il nemico più duro di
Berlusconi, a sottrarre voti al Partito Democratico.
Così in realtà si producono solo liti e scontri, si
indebolisce l’autorevolezza del Presidente della
Repubblica e si perde un’occasione per far
riflettere gli elettori di centrodestra sui limiti e
gli errori del Governo.
Di fronte a un esecutivo che ha approvato un
decreto inutile e arrogante l’opposizione non deve
tirare in ballo il Presidente Napolitano, deve
impegnarsi per spiegare agli italiani le
responsabilità del centrodestra e per impedire in
Parlamento la conversione in legge del decreto.