Le
quote di stranieri a scuola
Quell’inutile limite del
30 per cento
Il Mattino di Padova, 13 gennaio 2010
La decisione del
ministro Mariastella Gelmini di fissare un limite
del 30% di alunni stranieri per classe è inutile e
risponde alla consueta logica propagandistica del
governo Berlusconi.
La questione da affrontare non è la cittadinanza
degli studenti ma la non conoscenza della lingua
italiana. Centinaia di migliaia di bambini, nati in
Italia da genitori stranieri, sono cresciuti qui e
hanno frequentato l’asilo nido e la scuola
dell’infanzia. Questi bambini non hanno la
cittadinanza italiana, sono stranieri, parlano e
comprendono perfettamente l’italiano.
Porre un limite alla loro presenza nelle classi non
serve a niente. E infatti, dopo due giorni
dall’annuncio in pompa magna, il ministro ha già
cambiato versione, spiegando che il provvedimento
non vale per i bambini stranieri nati in Italia.
Altra cosa è invece affrontare i problemi
costituiti dalla presenza degli alunni stranieri che
non conoscono la nostra lingua. Le difficoltà
insorgono soprattutto con gli studenti che arrivano
in Italia già grandi e vengono inseriti in classi
corrispondenti alla loro età. In questi casi il
ragazzo, finché non ha imparato la lingua, non
riesce a seguire le lezioni come gli altri. Se gli
alunni in queste condizioni si concentrano in poche
classi si determinano seri problemi di apprendimento
per gli studenti che conoscono già la lingua.
In un Paese normale, che non si fa abbindolare
dalla demagogia e dalla propaganda, la soluzione
verrebbe individuata, anche seguendo quanto accade
all’estero, nella costituzione di corsi di italiano
come seconda lingua per i ragazzi stranieri appena
arrivati, nella presenza di mediatori linguistici e
culturali, e nella conseguente destinazione di
maggiori risorse alla pubblica istruzione.
Invece la scuola è stata individuata dall’attuale
Governo come una voce di spesa da ridurre e il
problema dell’integrazione linguistica degli alunni
stranieri viene scaricato sugli enti locali, che
devono già fare i conti con i tagli ai loro bilanci,
e sulla buona volontà di molti dirigenti scolastici
e insegnanti che, a costo di sacrifici enormi, fanno
i salti mortali per riuscire a realizzare progetti
specifici per insegnare l’italiano come seconda
lingua.
Il provvedimento inoltre è inapplicabile. E porto
alcuni esempi.
Come è possibile introdurre il limite nei piccoli
Comuni dove è presente un’unica scuola con un’unica
sezione? In questi casi dove possono essere mandati
i bambini eccedenti il 30 per cento? Come si applica
il limite nell’istruzione superiore? Dopo i 14 anni
le famiglie e ragazzi hanno il diritto di scegliere
la scuola che preferiscono. Molti figli di stranieri
scelgono gli istituti professionali, dove, in alcune
realtà, c’è un’alta concentrazione di studenti non
italiani.
In questi casi si imporrà di cambiare istituto, in
contrasto con le scelte effettuate dalle famiglie e
dai ragazzi? Del resto per comprendere l’errore che
sta facendo il ministro Gelmini basta vedere cosa
succede negli altri Paesi europei.
In Gran Bretagna non ci sono limiti per i bambini
stranieri. Quando un bambino va a scuola viene
considerato cittadino inglese e inserito nelle
classi comuni. Anche in Spagna non ci sono tetti.
Francia e Germania inseriscono gli alunni che non
conoscono la lingua in classi preparatorie dove
viene loro insegnata con corsi intensivi.
Questo è il modello seguito anche da Paesi con
fortissima immigrazione come Usa e Australia. Là
l’alunno che non conosce l’inglese resta nella
classe normale quando ci sono le materie dove la
conoscenza linguistica è meno importante, come
l’educazione fisica o le discipline pratiche, e
frequenta classi con corsi specifici per imparare la
lingua nelle rimanenti ore.
In questi Paesi poi gli alunni che non conoscono la
lingua sono seguiti con piani individualizzati e
mediatori linguistici.
Da noi si va nella direzione opposta: si tagliano
le risorse all’istruzione, si aumenta il numero di
alunni per classe, si introduce l’insegnamento dei
dialetti regionali.
In Italia, come spesso succede, anziché affrontare
sul serio i problemi derivanti dai flussi migratori,
si prendono decisioni demagogiche e inutili che
rischiano solo di creare confusione e ostilità verso
gli stranieri.