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I parlamentari PD incontrano il mondo della scuola
 

Nell'ambito della mobilitazione nazionale del PD contro i tagli del Governo alla scuola pubblica i parlamentari e i dirigenti padovani del Partito Democratico hanno incontrato insegnanti e studenti delle scuole della provincia.  Venerdì 28, sabato 29 e lunedì 31 maggio hanno fatto visita agli Istituti Comprensivi di Villa Estense e XI Istituto della città di Padova, alla Direzione Didattica di Cadoneghe e negli Istituti Superiori Kennedy di Monselice (Tecnico) e Einstein-Cardano (Liceo e Istituto Tecnico) Di Piove di Sacco.
Il risultato dei tagli del governo Berlusconi sono: classi strapiene di alunni, organici insufficienti, taglio drastico del tempo pieno e delle attività extracurriculari, istituti strutturalmente a rischio, gravissime preoccupazioni sotto il profilo dell'edilizia. In particolare i Dirigenti scolastici hanno denunciato, oltre a problemi legati al pagamento delle supplenze e delle ore eccedenti, i crediti nei confronti dello Stato. Senza il contributo dei Comuni nelle scuole del I ciclo e dei genitori in quelle del II ciclo l’attività didattica e progettuale è seriamente compromessa .

I tagli degli insegnanti decisi del Governo mettono a rischio il tempo pieno mentre la riduzione del personale tecnico-amministrativo penalizza l'orario scolastico e la possibilità di continuare a garantire il tempo lungo nelle scuole. 

 

 

Riforma Gelmini il Pd visita 4 scuole per salvare le classi

Il Mattino di Padova, 29 maggio 2010
 

Effetti dei tagli della riforma Gelmini: missione «ispettiva» dei Parlamentari Pd nelle scuole. Margherita Miotto, Alessandro Naccarato e Paolo Giaretta, i tre parlamentari del Pd, in compagnia di Piero Ruzzante, Claudio Piron, Franca De Lazzari e Floriana Rizzetto hanno spiegato le ragioni della loro iniziativa. «Ieri abbiamo visitato l’istituto comprensivo di Villa Estense e l’istituto tecnico Kennedy di Monselice - spiegano - oggi andiamo al Pertini di Camposampiero e alla direzione didattica di Cadoneghe, mentre lunedì chiudiamo con l’Einstein di Piove di Sacco e le elementari Randi a Padova. Il nostro obiettivo è quello di incontrare di persona presidi, professori e anche personale non docente per capire come riusciranno l’anno prossimo a fornire gli stessi servizi agli studenti nonostante la scure calata dalla Gelmini. La situazione diventa sempre peggiore, basti pensare che negli ultimi due anni nel Padovano ben 12.500 famiglie sono rimaste senza tempo pieno», dicono i deputati e consiglieri regionali.  Aggiunge Margherita Miotto: «Berlusconi ci aveva promesso le tre i (internet-inglese-impresa) e ci ha dato invece le due t (tagli-tasse). Se l’anno scorso grazie alla creatività dei presidi i conti sono tornati senza dimezzare i servizi agli studenti, da settembre prossimo invece sono a serio rischio moltissime classi».  Ovviamente, il Pd ha nel mirino il ministro Gelmini che il segretario Bersani ha apostrofato con un aggettivo un po’ volgare: è un ministro rompic... In quanti la pensano così?

 

LA POSIZIONE DEL PD
Dal Governo Berlusconi solo tagli alla scuola pubblica

 

I tagli di 8 miliardi di euro e 87.341 docenti e 44.500 ATA in tre anni, previsto dal decreto legge del 25 giugno 2008, n. 112 e convertito in legge 133 del 6 agosto 2008, sono tagli insostenibili, che hanno gettato la scuola pubblica nel caos e che si configurano come il più grande licenziamento di massa nella storia della pubblica amministrazione del nostro Paese.

Dopo la prima tranche di tagli nell'anno scolastico in corso, nelle scuole sono presenti più studenti e meno personale docente e ATA. Gli studenti iscritti alle scuole di ogni ordine e grado, infatti, sono 7.805.947, con un aumento di 37.000 unità, mentre ci sono 42 mila docenti e 15.000 ATA in meno.

Per il prossimo anno scolastico (2010-2011), la circolare del Miur prevede una riduzione di 25.000 insegnanti (22.000 in organico di diritto e 3.600 in organico di fatto). Cifre rilevanti, ma addirittura contraddette per difetto da quelle contenute nella relazione tecnica allegata allo schema di decreto del Presidente della Repubblica «recante norme generali per la ridefinizione dell'assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti, ivi compresi i corsi serali». Dalla relazione tecnica si apprende che la riduzione degli organici conta ben 31.390 posti di personale docente e 15.000 posti di personale ATA. Con i tagli del prossimo anno anche nelle regioni dove il modello educativo del tempo pieno nella primaria aveva retto (Lombardia e Emilia-Romagna), il prossimo anno non terrà più.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il tanto sbandierato maestro unico è stato scelto solo dal 3% delle famiglie italiane, le classi sono affollate oltre le norme di sicurezza, fino a 7 insegnanti coprono spezzoni di orario di una stessa classe, c’è un’effettiva limitazione della continuità didattica, mancano insegnanti di inglese, di sostegno e per l’insegnamento dell’ora alternativa a quella di religione, è stata realizzata la chiusura di interi plessi scolastici in piccole e già disagiate comunità locali, sempre maggiori limitazioni al lavoro di gruppo, ai laboratori, al recupero e alle uscite didattiche.

Con la cancellazione delle compresenze, si smantella buona parte della ricchezza dell’offerta formativa della scuola primaria della Repubblica. Nelle ore di compresenza gli insegnanti si occupavano del recupero dei bambini rimasti indietro anche per una banale malattia, si sosteneva l’integrazione dei bambini che non padroneggiano la nostra lingua mantenendoli nell’ambito affettivo della classe, si frequentavano i laboratori informatici che raramente hanno più di 10 postazioni e sono tecnicamente infrequentabili per una classe di 30 alunni, si visitavano teatri, musei, e le istituzioni culturali del territorio.

Occorre fermare la chiusura delle piccole scuole, l’abolizione delle compresenze nella scuola elementare, la riduzione dell’orario scolastico e l’abolizione, di fatto, di ogni modello educativo che aveva fatto sino ad oggi la qualità del nostro sistema di istruzione.

 

CANCELLATO IL TEMPO LUNGO

Sono 70 mila gli alunni che il prossimo anno scolastico rimarranno esclusi dal tempo pieno. A settembre le classi consolidate del tempo pieno diminuiranno di circa 800 unitá escludendo 20 mila alunni da un servizio che le famiglie pensavano sicuro, visto che piú volte Gelmini e Berlusconi si erano pubblicamente impegnati a non tagliare nemmeno una classe di tempo pieno. Ma a queste 800 classi "vanno aggiunte altre 2.000 nuove sezioni, richieste dai genitori al momento dell'iscrizione ma che non saranno concesse. E' prevista quindi un'esclusione di ulteriori 50 mila alunni. Se si continua così nel 2013 le classi a tempo pieno verranno

completamente cancellate". La ragione di questi tagli sta nella riduzione del personale docente: dei 26 mila insegnanti in meno previsti per il prossimo anno, 8.711 verranno tolti alla scuola elementare, 3 per ogni istituto.

Secondo i sindacati però, disagi si registreranno anche per il modulo a 30 ore: un milione di bambini che aveva cominciato con le classi a modulo di 30-32 ore, il prossimo anno si ritroverá con le classi a 27 ore, mentre i bambini portatori di handicap continueranno a essere inseriti in classi troppo numerose.

Gelmini dice che in due anni il Governo ha dato 3000 classi in più di tempo pieno, ma scambia il tempo pieno per  il tempo lungo a maestro prevalente. Il tempo pieno è un modello educativo che prevede 40 ore settimanali di scuola con le compresenze degli insegnanti. Modello considerato un'eccellenza a livello europeo che produce, proprio grazie al lavoro in piccoli gruppi, i più alti livelli di apprendimento degli alunni. I test Invalsi e i dati OCSE Pisa parlano chiaro: il rendimento scolastico degli alunni è più alto laddove è più diffuso questo modello educativo.
Gelmini continua a proporre un antistorico maestro unico, scelto solo dal 3% delle famiglie italiane, che dovrebbe insegnare tutto, dall'inglese alla matematica all'italiano, in classi sempre più numerose con sempre meno insegnanti di sostegno per i bambini disabili. E' questa la qualità della scuola che propone questo Governo.

Le famiglie chiedono scuola pubblica di qualità per il futuro dei propri figli e del Paese stesso.

 

BILANCI IN ROSSO
La legge di bilancio 2010, rispetto alla legge di assestamento 2009, ha ridotto gli stanziamenti dei capitoli destinati alle «competenze dovute al personale delle istituzioni scolastiche, con esclusione delle spese per stipendi del personale a tempo indeterminato e determinato»  (supplenze brevi) e al «funzionamento delle istituzioni scolastiche» (fondi istituiti con la legge finanziaria per il 2007 del Governo Prodi). Tali capitoli, presenti in ciascuno dei programmi riguardanti la scuola dell'infanzia, la scuola primaria, la scuola secondaria di primo e di secondo grado, sono stati decurtati per un ammontare complessivo di 226.838.243 di euro, di cui 97.988.043 di euro per il funzionamento e 128.850.200 di euro per il personale, riportandoli ai livelli già gravemente inadeguati stabiliti nella legge di previsione del bilancio 2009. La sofferenza finanziaria e la conseguente difficoltà di gestione degli istituti scolastici sono state ulteriormente aggravate dalla recente nota ministeriale (prot. n. 0009537 del 14 dicembre 2009) della Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio sulle «Indicazioni riepilogative per il programma annuale delle istituzioni scolastiche per l'anno 2010», con la quale il MIUR ha dato istruzione alle scuole per la predisposizione dei bilanci 2010 e ha comunicato le risorse finanziarie cui possono fare affidamento per redigere i bilanci; la nota non si limita a confermare l’inadeguatezza delle risorse destinate alle supplenze e agli esami di Stato e l’assenza di quelle per il funzionamento didattico e amministrativo, ma modifica pesantemente la normativa per il finanziamento delle scuole (con particolare riferimento ai regolamenti vigenti disciplinati dal decreto ministeriale n. 44 del 2001 e dal decreto ministeriale n. 21 del 1 marzo 2007), arrecando ostacoli al servizio e pregiudizio all’autonomia delle scuole.
 

Ad esempio:

assume un indefinito «tasso d'assenteismo medio nazionale per tipologia di scuola» per attribuire eventuali risorse aggiuntive per le supplenze, la cui spesa è però vincolate ad una autorizzazione del Ministero. Questa “innovazione” burocratica renderà di fatto impossibile procedere alla sostituzione dei docenti in tempo reale (cioè secondo le esigenze delle classi che restano “scoperte”) e alle scuole non resterà che distribuire in custodia i ragazzi nelle altre classi oppure anticiparne l’uscita. Entrambi i rimedi danneggiano la qualità del servizio scolastico oltre ad essere in contrasto con il diritto all’istruzione; dispone, benché il regolamento di contabilità non lo preveda, che per coprire possibili “deficienze di competenza” la scuola utilizzi l’avanzo di amministrazione non impegnato, nel quale confluiscono anche i contributi provenienti dalle famiglie, dagli enti locali e dai privati. In genere, tale avanzo rappresenta un accantonamento destinato ad investimenti a medio termine o acquisti particolarmente onerosi (quali la realizzazione di laboratori). Questa decisione è grave e iniqua poiché dispone che al mancato finanziamento dello Stato – responsabile delle suddette “deficienze” e testimonianza diretta di un progressivo arretramento dello Stato nell’assolvere al suo mandato costituzionale – si provveda con le risorse provenienti da soggetti terzi e che sono già state finalizzate dalla programmazione della scuola stessa; impone il taglio del 25 per cento delle spese degli appalti alle ditte esterne che eseguono le pulizie, la sorveglianza e la manutenzione ordinaria. Questa sensibile riduzione di spesa, intercorsa a metà anno scolastico e riguardante anche i contratti in essere, ha indotto alcuni direttori degli uffici scolastici regionali a consigliare la pulizia dei bagni delle scuole a giorni alterni; impone che i crediti che gli istituti scolastici vantano nei confronti del Ministero, citati in premessa, non siano più parte attiva del bilancio ma siano ascritti in un modulo “aggregato Z”, con l’evidente intenzione di non restituirli più alle scuole. Si tratta di un miliardo di euro sottratto alle istituzioni scolastiche che, nel quadro negativo dei trasferimenti dello Stato, non potranno garantire l’offerta formativa e saranno costrette a richiedere maggiori contributi alle famiglie.

IL RIORDINO DELLE SCUOLE SUPERIORI
E’ vero, serve una riforma della scuola secondaria superiore per permettere ai nostri ragazzi di avere strumenti e competenze adeguate ad affrontare ad armi pari ai propri coetanei europei, le sfide della globalizzazione dell’economia e l’innovazione tecnologica che ha modificato profondamente il mercato del lavoro. Ma quella che Gelmini definisce una riforma epocale è solo un taglio epocale alla scuola secondaria superiore di secondo grado, funzionale al contenimento della spesa e non all’affermazione di una nuova visione strategica dell’istruzione superiore dei ragazzi e delle ragazze del nostro Paese. Si torna ad una scuola superiore classista, che risponde perfettamente al modello di società proposto da questo Governo: la serie A dei licei, la serie B degli Istituti tecnici, la serie C dei professionali.

La scelta compiuta a 13 anni diventa nei fatti irreversibile per la grande differenza di programmi proposti dai

diversi percorsi formativi sin dal primo biennio, favorendo così la dispersione scolastica.

La possibilità di assolvere l'ultimo anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato, previsto da un emendamento al ddl lavoro, collegato alla Finanziaria, ci allontana ancora di più dai livelli d'istruzione previsti dal trattato di Lisbona e soprattutto annulla una conquista importante del governo del centrosinistra ovvero l’innalzamento dell'obbligo scolastico svolto nella scuola superiore o professionale fino a 16 anni (In Germania l’obbligo è a 18 anni, in Inghilterra a 17).

Nel riordino vengono largamente penalizzati i saperi tecnico scientifici e tagliate le ore di laboratorio negli istituti professionali.

La riforma semplifica e riduce gli indirizzi: cosa auspicata da tutti e di per sé opportuna, se non si buttassero via, senza nemmeno valutarli, decenni di sperimentazioni costate parecchio alle casse dello Stato (per esempio, perché eliminare la sperimentazione del bilinguismo nei licei scientifici, che aveva tanto successo?).

Con l’assorbimento degli Istituti d’arte nei licei artistici, sono disperse le specificità e competenze di tanti territori (lavorazione orafa, della ceramica, del corallo…), che promuovevano l’eccellenza del Made in Italy.

La duplicazione tra “istruzione professionale statale” e “formazione professionale regionale” crea una forte ambiguità tra i due sistemi, rendendo poco trasparente l’offerta formativa agli studenti, alle famiglie e al sistema economico, come avviene invece in molti altri paesi europei avanzati.

Nei Professionali e Tecnici la riforma riguarderà fin dal prossimo anno tutte le classi ad eccezione dell’ultima: vi sarà, infatti, un taglio orario dal secondo al quarto anno ma non si sa ancora bene in quali discipline, né con quale criterio.

Sono previste quote di flessibilità e autonomia a disposizione delle scuole, per l’aggiunta di discipline che, però, non si sa chi le dovrà pagare o chi vi dovrà insegnare.

Come avevamo ben previsto, non avendo permesso alle famiglie e ai ragazzi un serio orientamento e una scelta consapevole, il risultato complessivo delle iscrizioni ha visto un aumento del 3,5% di iscritti ai licei. Gli istituti tecnici registrerebbero una flessione complessiva dell'1,4% , mentre quella degli istituti professionali sarebbe del 2,2%.

L’istruzione tecnica e professionale ne esce massacrata, nonostante la riconosciuta importanza di questo settore evidenziata con forza da un imponente schieramento di forze sociali, economiche e mediatiche capitanato da Confindustria.

Le famiglie nell’incertezza hanno scelto i licei, per non sbagliare. Facile a questo punto prevedere un aumento nei prossimi anni della dispersione scolastica.

 


EDILIZIA SCOLASTICA: FEDERALISTI A PAROLE, CENTRALISTI NEI FATTI

Più di cinque edifici scolastici su 10 sono stati costruiti prima del 1974, quasi 4 su 10 hanno urgenti necessità di manutenzione, nemmeno la metà ha la certificazione antincendio. E’ lungo l’elenco dei problemi anche molto gravi delle scuole italiane stilato dall’ultimo rapporto di Legambiente «Ecosistema scuola 2009>>.

Ora sappiamo che tanti istituti funzionano in deroga alle leggi. Ma un conto è la deroga su uno o due alunni, un conto è immaginare che in caso di incendio invece dei 26 alunni consentiti dalla legge da un’aula ne debbano uscire di corsa 33. E’ in gioco la vita dei ragazzi. Quest’anno alle superiori Gelmini ha modificato i rapporti per la composizione delle classi, innalzando il tetto da 27 a 30 alunni. Ma dal prossimo settembre le elementari e medie da un massimo di 25 ragazzi arriveranno a 26-27. E nelle superiori si potrà raggiungere il record di 33 studenti per classe. Alle superiori infatti le classi iniziali devono avere un numero minimo di 27 alunni e poi i resti vengono distribuiti fino a 30, ma in sede di organico di fatto si potrà pure arrivare a 33. Sono numeri che peggioreranno la qualità del servizio e faranno andare le aule scolastiche ed i laboratori fuori norma: sia in riferimento agli indici minimi di funzionalità didattica (D.M. 18 dicembre 1975 – Norme tecniche per l’edilizia Scolastica) che stabilisce i parametri spaziali minimi a disposizione di ogni persona presente nei locali scolastici (1,80 metri quadri netti per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado; 1,96 metri quadri netti per le scuole secondarie di II grado), sia per la prevenzione incendi (D.M. 26 agosto 1992 – Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica)” che al “punto 5 (Affollamento) stabilisce il limite massimo di persone presenti in un’aula nel numero di 26)”.

Inoltre a fine aprile 2010, il Ministro ha deciso di superare ed esautorare le Regioni e gli Enti Locali, decidendo l'elenco degli edifici su cui intervenire prioritariamente per la messa in sicurezza.

La giustificazione a tutto ciò è stata che le Regioni e gli Enti Locali opponevano resistenza ad inviare i dati.

Dal MIUR hanno sostenuto: “..visto che i proprietari non ci hanno voluto dare i dati ci siamo rivolti agli inquilini, cioè ai dirigenti scolastici, che ci hanno fornito dati precisissimi da inserire nella anagrafe dell'edilizia scolastica, così adesso noi conosciamo ogni particolare di ogni scuola, su questa base verrà emanata la delibera Cipe per 350 milioni di euro.”

Con il sistema centralista adottato dal Governo si corre il rischio di creare una grande confusione e di sovrapporre piani di interventi locali a quelli governativi o di aver disposto fondi insufficienti o eccessivi in situazioni dove nel frattempo l'Ente Locale è già intervenuto. 

Non è vero che le Regioni e gli Enti locali non hanno inviato i dati. E’ il Ministero che non è stato in grado di terminare il monitoraggio avviato in concerto con la Conferenza delle Regioni. Non è vero che hanno liquidato in base a criteri nuovi, ma dall'esame delle suddivisioni hanno individuato gli edifici con i criteri preesistenti e molto vecchi.

350 milioni? Sottratti alle regioni del Sud. Vantarsi poi dei 350 milioni di euro su cui la conferenza unificata ha dato l’ok, è strumentale e scorretto perché si tratta di una parte dei fondi Fas che dovevano essere destinati per l’85 per cento al Sud. E’ ora molto alto il rischio che l’Europa ne blocchi l’erogazione. Ma ancora più grave è che in tutta questa partita le regioni e gli enti locali non hanno avuto voce in capitolo. Hanno potuto solo prendere atto di quanto deciso al ministero. E’ il chiaro esempio del ‘nuovo’ federalismo centralista che ignora la programmazione regionale senza fare sinergia e generando sprechi e duplicando gli interventi.


GRADUATORIE REGIONALI: PROPAGANDA LEGHISTA PER COPRIRE I TAGLI. TRE PROPOSTE DEL PD PER GARANTIRE LA CONTINUITÀ DIDATTICA

Sugli albi regionali per il reclutamento degli insegnanti Gelmini fa propaganda per nascondere cifre drammatiche: per il prossimo anno scolastico 26 mila insegnanti e 15 mila collaboratori scolastici in meno, che in parte si abbattono sulla primaria, distruggendo definitivamente i modelli educativi del tempo pieno e del modulo a 30 ore, che con ardite acrobazie e rottamazioni di team didattici, i dirigenti scolastici avevano provato a mantenere per rispondere al tempo scuola richiesto dalle famiglie. Un po’ di propaganda leghista sulla “bontà” dell’insegnante padano, per coprire le 1.633 cattedre in meno nelle scuole venete.

Premiare i docenti, non in base al merito, ma per la loro residenza anagrafica, viola l’articolo 120 della nostra Costituzione e va contro tutte le direttive dell’Unione Europea in tema di libera circolazione dei lavoratori.

Il PD per garantire seriamente la continuità didattica propone alcuni semplici interventi: stabilizzare i precari, così come aveva deciso il governo Prodi nella Finanziaria 2007 con l’assunzione di 150 mila insegnanti, poi bloccata dal governo Berlusconi; assegnare incarichi almeno triennali; legare l’immissione al ruolo del docente alla permanenza in quel ruolo per 5 anni. Quest’ultimo nulla ha a che fare con la residenza: perché un docente residente a Firenze non dovrebbe poter insegnare a Bologna, quando oggi le due città sono separate solo da 30’ di treno? Poi c’è il nuovo grande annuncio: il Governo premierà gli insegnanti migliori. Ci preoccupa non poco che un governo che inneggia all’insegnamento dei dialetti prima ancora che dell’italiano e che intende la scuola pubblica come un problema di bilancio, si metta a valutare la ‘qualità’ dei docenti. Ma se da subito si vogliono premiare i meritevoli, il Governo inizi ad incentivare e premiare gli insegnanti che lavorano nelle scuole di frontiera, le scuole di periferia, dove è più forte il disagio sociale e dove ogni abbandono scolastico è una sconfitta per il futuro del nostro Paese.


TETTO DEL 30% PER GLI ALUNNI STRANIERI

Il ministro Gelmini con la circolare che impone un tetto del 30% all’accesso degli alunni stranieri nelle classi, cerca di rispondere ad una giusta preoccupazione, quella di non creare classi ghetto, con un metodo sbagliato e come spesso è già accaduto, confondendo l’opinione pubblica con la propaganda. Un tetto che limiti l’accesso agli alunni immigrati nelle classi non esiste in alcun paese europeo, né negli Stati Uniti. Come la stessa circolare riconosce, è sbagliato pensare che ogni bambino immigrato costituisca di per sè “un problema” per la didattica della classe. Chi ha frequentato un percorso di scolarizzazione dalla scuola dell’infanzia o addirittura è nato nel nostro Paese, ha le stesse competenze linguistiche dei bambini Italiani. Nella scuola pubblica arrivano studenti immigrati, con competenze ed esperienze molto diverse: per effettuare una vera integrazione che valorizzi le capacità di ciascuno studente, seguendo il modello della scuola interculturale, occorre valorizzare ed investire sull’autonomia scolastica, offrendo risorse e supporto, per rafforzare laboratori di alfabetizzazione, assumere educatori, svolgere attività di integrazione.

Il problema delle classi ad altissima densità di presenza di alunni immigrati esiste, poiché esiste il problema, in alcune città italiane, di quartieri ad alta densità di immigrazione. Ma agli studenti stranieri e alle loro famiglie non si può negare il diritto di scegliere un istituto vicino alla propria abitazione o in base al piano  dell’offerta formativa proposta. Mentre oggi la composizione delle classi è affidata ai consigli d’istituto, la circolare invita a svolgere questo compito con il controllo della Prefettura!

Il Governo  restituisca, piuttosto, alla scuola primaria le ore di compresenza, utilizzate dai maestri e dalle maestre anche per aiutare i bambini più deboli e riassegni il distacco ai maestri e maestre che supportavano in ogni istituto l’alfabetizzazione, un patrimonio di esperienze e competenze che e’ stato completamente gettato. E’ solo investendo sull’educazione sin dalla primissima infanzia, che possiamo assicurare pari opportunità, uguaglianza e vera educazione, quindi per prima cosa chiediamo al governo un piano straordinario per garantire a tutti i bambini e bambine asilo nido e scuola dell’infanzia.

I dati diffusi recentemente dal MIUR sul rispetto del tetto del 30% nelle scuole Italiane per il prossimo anno scolastico, non dimostrano una corretta applicazione della Circolare del Ministro Gelmini, anzi, ne dimostrano la sua inutilità. Il Ministro rivendica l'applicazione della Circolare, in scuole in cui  convivono serenamente figli di genitori stranieri nati in Italia, o bambini che hanno già appreso nelle scuole dell'infanzia la nostra lingua.

Per quelle scuole in cui si è superato il 30% di bambini di nuova immigrazione, bene hanno fatto i dirigenti scolastici a chiedere la deroga e bene ha fatto il MIUR a concederla. La circolare sul tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole piuttosto ha prodotto un grave danno culturale nel Paese, insinuando nei genitori il sospetto che un compagno di classe non italiano possa costituire un problema per l’apprendimento del proprio figlio e un ostacolo per la didattica della classe. Per fortuna il provvedimento non ha sortito gli effetti auspicati con trasferimenti coercitivi da una scuola all'altra, e il diritto di accesso all'istruzione, garantito dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza non è stato limitato.

 

L’ALTERNATIVA: UNA SCUOLA PUBBLICA DI QUALITA’ PER INVESTIRE
SUL FUTURO DEL PAESE

Puntare sull’innovazione e sostenere la mobilità sociale. C’è solo un modo per farlo: investire sulla conoscenza, garantire a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola deve essere, come affermava Calamandrei, uno strumento fondamentale per l’attuazione dei principi di uguaglianza e libertà, sanciti dalla nostra Costituzione.

 

Il PD vuole realizzare:

-          una scuola pubblica di qualità, più autonoma e radicata nel territorio;

-          una scuola che valorizzi il merito e non lasci indietro nessuno, per rendere effettivo il diritto costituzionalmente garantito all’istruzione;

-          una scuola più sicura e qualificata per allievi, insegnanti, dirigenti e personale ATA, con adeguate risorse finanziarie e di personale, con la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e con interventi per la sicurezza, la funzionalità e il decoro delle strutture scolastiche.

 

Il PD non solo è impegnato a difendere il diritto universale all’istruzione ma intende renderlo più esigibile. Verrà avversato ogni intervento sulla scuola che abbia come unico obiettivo il taglio delle risorse, per riportare gradualmente l’investimento al 6% del PIL.

 

Il Partito Democratico pone al centro la qualità dell’apprendimento, l’innovazione didattica e organizzativa, la valorizzazione della professione docente, il diritto allo studio.

 

Il PD vuole una scuola pubblica che si prenda cura del successo scolastico dei bambini delle bambine diversamente abili e svantaggiati e della piena integrazione dei bambini immigrati, contrastando la dispersione e l’abbandono scolastico.

 

Il PD chiede di valorizzare e stabilizzare i precari della scuola, per garantire la continuità didattica ed il diritto dei lavoratori ad un lavoro stabile, rispettando il Piano triennale delle assunzioni (150.000 docenti e 30.000 ATA) contenuto nella finanziaria del Governo Prodi 2007.

 

LE PROPOSTE DEL PD: SCUOLE APERTE TUTTO IL GIORNO E TUTTO L’ANNO

Torniamo ad investire sulla conoscenza per garantire a tutti pari opportunità di apprendimento e di educazione. La scuola, per garantire “uguaglianza e libertà”, come ci chiede la nostra Costituzione. La scuola, unico vero ascensore sociale, per ridare slancio ad una società bloccata. Non basta difendere l’esistente, dobbiamo dare a questo Paese una prospettiva di cambiamento. Allora apriamo le scuole tutto il giorno e tutto l’anno. Facciamo partire di qui il nostro “progetto per l’Italia”, per mobilitare energie, persone, intelligenze, per farne un nuovo movimento. Scuole aperte perché come diceva Caponnetto la mafia teme più la scuola della giustizia.

 

Immaginiamo la scuola come luogo fondante di comunità, dove oltre ai necessari insegnamenti curricolari ci si può fermare il pomeriggio per studiare, fare sport, suonare, recitare, imparare le lingue. Dove diventa un valore anche l’apprendimento non formale e informale. Dove le associazioni culturali e di volontariato, liberamente incontrano ragazzi e ragazze, dove cittadini nati altrove studiano l’Italiano, e sugli stessi banchi possono farlo il pomeriggio anche i loro genitori. Immaginiamo mamme che non devono più correre da un capo all’altro della città per accompagnare i figli ad imparare a suonare la chitarra o a giocare a basket. “Una scuola per ricchi” la chiamerebbe la Gelmini. Noi la chiameremo “una scuola per tutti”. Una scuola dove i ragazzi di oggi trovano davvero interessante stare e studiare.

 

Per progettare una scuola pubblica come questa, occorre essere disponibili a costruire insieme una riforma radicale del sistema scolastico italiano. A partire dall’applicazione del titolo V della Costituzione, in un rinnovato rapporto di attribuzione di competenze e risorse tra Stato e Regioni, nuova formazione per reclutare gli insegnanti, nuovi spazi in cui vivere e studiare. La proposta a cui stiamo lavorando con i parlamentari delle VII commissioni di Camera e Senato e con il mondo della scuola, che presenteremo a settembre, include anche la valutazione, non per usarla come randello sulle teste degli insegnanti, ma per valutare il sistema scolastico e affiancare le scuole in cui sono bassi i livelli di apprendimento. Vogliamo incentivare gli insegnanti più bravi, ma a partire da quelli che lavorano nelle scuole di periferia, dove occorre uno sforzo in più per non perdere i ragazzi per la strada.

Le risorse vanno trovate. Basta comprare qualche tonnellata in meno di inutilizzati vaccini influenzali, rinunciare a qualche caccia bombardiere e scommettere sul futuro del nostro Paese.

Lo chiedono gli obiettivi di Europa 2020. Per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Per il futuro dell’Italia e dell’Europa, per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale, dobbiamo dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica e quasi triplicare il numero di laureati. Solo se partiamo da una società della conoscenza diffusa ci salveremo nella competizione globale. Cina, India, Giappone, Brasile investono in conoscenza e galoppano veloci. Obama dopo aver realizzato la riforma sanitaria, affronta con altrettanta determinazione il secondo obiettivo del suo mandato: migliorare i livelli di apprendimento degli studenti statunitensi. E noi?

 

I divari abnormi tra nord e sud del Paese nei livelli di istruzione, sono presto spiegati: nel mezzogiorno sono pochissimi i posti al nido e una rarità il tempo pieno nella scuola primaria. Come ci dimostrano le scienze pedagogiche e le ricerche economiche, gli interventi socio-educativi precoci nell’infanzia possono recuperare gli svantaggi. Trasformare il nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo, fornendo servizi di buona qualità, generalizzare il diritto alla scuola dell’infanzia, quando ancora è negato in vaste zone del Paese, è la risposta giusta per creare benessere e sviluppo integrale di ogni bambino, per sostenere la genitorialità, per favorire l’occupazione femminile e la conciliazione tra tempi di vita e lavoro.

 

  • valorizzare il modello educativo del tempo pieno e del modulo a trenta ore nella scuola primaria di primo grado, ripristinando le compresenze degli insegnanti;
  • reintrodurre l’obbligo scolastico fino a 16 anni come previsto dalla finanziaria 2007 del Governo Prodi, abbassato nuovamente, con l’emendamento passato nel DDL Lavoro, che prevede la possibilità di assolvere l’obbligo scolastico a 15 anni semplicemente con l’apprendistato;
  • valorizzare l’autonomia scolastica, attraverso l’attribuzione di risorse adeguate e la partecipazione degli organi collegiali alla definizione dell’offerta formativa (nostra nuova proposta sul modello di Governance della scuola);
  • riformare la scuola superiore valorizzando i saperi tecnici e scientifici, con l’istituzione di un biennio unitario e un triennio di indirizzo;
  • l’apertura pomeridiana delle scuole superiori, gestita in modo consapevole dallo spirito d’iniziativa degli studenti e delle studentesse, con la collaborazione di tutte le istituzioni del territorio che si occupano di giovani per far diventare ciascuna scuola un luogo di produzione e fruizione culturale, di crescita, di socializzazione e di cittadinanza attiva;
  • definire i livelli essenziali delle prestazioni delle Regioni in materia di Diritto allo Studio;
  • educare i nuovi cittadini europei, rivedendo i programmi scolastici delle discipline umanistiche (soprattutto storia e letteratura) in chiave meno Italocentrica e più aperta alle vicende internazionali, alla Storia Europea, alla costruzione dell’integrazione, allo studio del diritto e delle istituzioni europee. Promuovere la realizzazione di scambi studenteschi, attivando finanziamenti che permettano la partecipazione a queste esperienze non solo ai figli di famiglie abbienti.

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«Tremonti, rimborsaci 2 milioni»
Il Mattino di Padova, 31 maggio 2010

 

Scontro tra Comune e governo per 2 milioni di rimborso Irpef non concessi dal Governo. Una contesa politica ma soprattutto amministrativa che potrebbe pesare moltissimo sulle casse dell’amministrazione padovana, già decisamente provate dai tagli agli enti locali dopo la Finanziaria varata da Berlusconi e Tremonti.  Per il 2007 infatti la quota di Irpef comunale calcolata dagli uffici di palazzo Moroni ammontava a 21,3 milioni di euro. Da Roma ne sono arrivati solo 19. E sui conti è «allarme rosso». Tanto che il deputato del Pd Alessandro Naccarato ha subito presentato un’interrogazione al ministro dell’economia Giulio Tremonti con la speranza di portare a casa il «maltolto».  I CONTI NON TORNANO. Un «guaio» originato anche dal meccanismo dell’Irpef, che non è per nulla federalista ma centralista. La tassa viene riscossa interamente dallo Stato che poi la restituisce, con un significativo ritardo, ai Comuni sulla base di un meccanismo che si rifà alla spesa storica. Il 4 febbraio 2010 Padova ha ricevuto il saldo finale delle competenze Irpef del 2007, con la brutta sorpresa di trovarsi 2 milioni e 245 mila euro in meno di quanto preventivato.  Il motivo? Che il ministero usa un diverso metodo per calcolare l’importo dovuto e così avviene per quasi tutte le città. Ma è a Roma che, secondo i tecnici del settore tributi, avrebbero sbagliato i calcoli.  L’INTERROGAZIONE. Da qui l’intervento del deputato padovano del Pd Alessandro Naccarato, che ha subito presentato un’interrogazione. «Il ministero ha fatto un calcolo diverso in maniera decisamente arbitraria. Per questo solleciteremo al più presto una risposta di Tremonti - spiega il parlamentare del Partito democratico - Per di più si tratta di soldi che già ci sono e che lo Stato ha già incassato. Soldi di Padova che non vengono restituiti alla città. Altro che federalismo sbandierato dalla Lega».   LE DIFFICOLTÀ . Per il Comune il mancato arrivo dei 2 milioni di euro dell’addizionale Irpef sarebbe una vera e propria beffa, perché si tratta di soldi già impegnati in bilancio. Anche per questo il caposettore ai tributi Maria Pia Bergamasco ha inviato il 15 marzo scorso una nota ai funzionari del ministero (sopra il titolo la riproduzione dei documenti). Ma la risposta del direttore dell’ufficio consulenza e studi finanza locale è stata giudicata del tutto evasiva.  «L’amministrazione è impegnata a far tornare i conti a vantaggio della città: abbiamo aperto un confronto con il ministero che spero si risolva il prima possibile - spiega l’assessore ai tributi Umberto Zampieri - Già la situazione degli enti locali è difficile a causa de tagli, se poi ci viene tolto anche quello che ci spetta si producono danni seri ai cittadini».  Una situazione che sta seguendo anche il sindaco Zanonato, che ha tenuto per sé la delega al bilancio: i tagli decisi dal Governo sono stati bocciati dall’Anci e dalla Conferenza della Regioni. Ora si apre la trattativa con la discussione in parlamento della Finanziaria: le lacrime e sangue colpiranno solo il pubblico impiego.

 

Interrogazione presentata dall'On. Naccarato
Rimborso dell'addizionale comunale IRPEF al Comune di Padova
Camera dei Deputati, 12 maggio 2010

 

Al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze.
Per sapere - premesso che:


in data 15 marzo 2010 il responsabile del settore tributi del comune di Padova ha inviato alla direzione centrale della finanza locale del Ministero dell'interno una richiesta scritta di chiarimenti in merito al rimborso dell'addizionale comunale, competenza anno 2007;

il comune di Padova, secondo il metodo utilizzato per il calcolo del rimborso, ha riscontrato un minor incasso rispetto a quello teoricamente spettante pari a 2.245.736,91 euro;

secondo il comune di Padova tale importo rientra pienamente nei parametri adottati dal Ministero dell'interno nella ripartizione delle somme spettanti ai comuni. Il criterio ministeriale, infatti, prevede un rimborso ai comuni pari al 30 per cento dell'addizionale, calcolata prendendo come base l'aliquota dell'anno precedente se non deliberata entro il 15 febbraio 2007 (per il comune di Padova -0,4 per cento) e l'imponibile dell'anno 2006 (per il comune di Padova pari a 3.419.267.498,00 euro);

nella comunicazione inviata alla competente direzione centrale del Ministero dell'interno il comune di Padova ha anche sottolineato il fatto che, avendo deliberato un'aliquota pari allo 0,6 per cento nell'anno 2007 (delibera del consiglio comunale n. 24 del 26 marzo 2007) - introducendo una soglia di esenzione per i redditi fino a 10.500,00 euro - non si è tenuto conto in sede di trasferimento che i versamenti eseguiti dai datori di lavoro sono stati maggiori rispetto a quanto erogato dal Ministero dell'interno;

in particolare, secondo il comune di Padova, i datori di lavoro - nel calcolare l'acconto dovuto per l'anno 2007 - possono aver utilizzato la nuova aliquota dello 0,6 per cento anche se è stata deliberata dopo il 15 febbraio 2007 mentre per le cessazioni dei rapporti di lavoro nel corso dell'anno 2007, gli stessi datori di lavoro hanno operato il conguaglio dei redditi complessivamente erogati con le nuove aliquote;

inoltre, anche tenendo presente il diverso metodo di calcolo adottato dal Ministero dell'interno, il settore tributi del comune di Padova ha stimato un mancato rimborso di circa 400.000,00 euro. Tale importo è ottenuto tenendo conto del 30 per cento dell'addizionale comunale calcolata considerando i redditi complessivi dell'anno 2006, depurati dei contribuenti esenti, ed applicando l'aliquota vigente nell'anno 2006 -:

se il Ministro sia a conoscenza dei fatti sopra esposti; quali misure intenda porre in essere per erogare la somma ancora non incassata dal comune di Padova relativa all'addizionale comunale IRPEF di competenza 2007; quali azioni intenda intraprendere per accertare se la situazione riscontrata dal comune di Padova si sia verificata anche in altri comuni italiani; cosa intenda fare il Ministro - di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze - per monitorare il corretto andamento del rimborso delle somme relative all'addizionale IRPEF a favore degli enti locali.

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Cogeneratore, divampa la polemica
Il Mattino di Padova, 30 maggio 2010

 

CONSELVE. Non si fanno attendere le prime reazioni alla notizia dell’imminente avvio del cogeneratore a olio vegetale dopo l’accordo raggiunto fra Attiva (ex Cosecon) e la società energetica bolognese Newco 56 controllata da Unipol e dal mondo delle cooperative emiliane per l’affitto dell’impianto da 3,9 megawatt che brucerà giorno e notte sette tonnellate di olio vegetale importato da Africa e America Latina. E, nonostante la gestione «rossa» della centrale, la prima critica arriva proprio dal Pd, in particolare dal deputato Alessandro Naccarato che da anni segue le vicissitudini Cosecon-Attiva.  «Le dichiarazioni dei responsabili dell’azienda affittuaria - afferma il parlamentare padovano - non fanno altro che confermare quanto abbiamo sempre sostenuto, e cioè che non stavano in piedi i presupposti di quel progetto e che il cogeneratore non andava finanziato con denaro pubblico. Le motivazioni che stanno alla base dell’elargizione da 2,6 milioni di euro di fondi dell’Unione Europea prevedono che la materia prima, l’olio vegetale, sia prodotto almeno per metà localmente. Invece, come era facile immaginare vista l’assenza di una filiera agro-energetica di queste dimensioni nella nostra provincia, l’olio arriverà via nave fino a Marghera e poi via camion fino a Conselve, vanificando così la valenza ambientale dell’iniziativa». La Newco 56 ha fatto sapere che userà olio di jatropha, un arbusto che cresce nelle zone desertiche, ma che ha intenzione di avviare anche una produzione locale stringendo accordi con gli agricoltori del Conselvano.  Ma Naccarato non ci crede. «Finora gli unici a trarre beneficio dal progetto sono stati i costruttori, vale a dire il consorzio Consta, capofila l’impresa padovana Mattioli. Ora i proventi non resteranno nemmeno nella nostra regione, visto che a gestire l’impianto sarà un’azienda bolognese».

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Partecipate alla presentazione
del libro

Martedi 8 giugno - ore 15.30
presso l'Archivio Antico dell'Università di Padova
Palazzo del Bo, Via VIII Febbraio 2
 
Saluto del Magnifico Rettore
prof. Giuseppe
ZACCARIA
 
Saluto del Direttore del Dipartimento di Storia
prof. Giovanni Luigi
Fontana
 
Interventi
Prof. Maurizio
Degl'Innocenti
Ordinario di Storia Contemporanea, Università di Siena
 
Dott. Armando Spataro
Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Milano
 
Saranno presenti l'autore e l'editore
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Partecipate alla manifestazione
 
 
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APPUNTAMENTI
DOMENICA 6 GIUGNO ALLE ORE PRESSO LA SALA CONSILIARE
COMUNE DI CADONEGHE
INIZIATIVA PUBBLICA: IDEE PER IL PD. PROPOSTE PER IL FUTURO con M. GASTALDON (Sindaco di Cadoneghe) e M. BORTOLI (Consigliere regionale PD)
 
MARTEDI 8 GIUGNO ALLE ORE 15.30 PRESSO L'ARCHIVIO ANTICO DELL'UNIVERSITA' DI PADOVA, PALAZZO DEL BO, VIA VIII FEBBRAIO 2 - PADOVA
PRESENTAZIONE DEL LIBRO: "PER UNA STORIA DEL TERRORISMO ITALIANO" del Prof. Angelo Ventura (Donzelli Editore)
 
GIOVEDI 10 GIUGNO ALLE ORE 20.30 PRESSO LA FESTA DEMOCRATICA DEL MONTAGNANESE
PINETA COMUNALE, VIA 28 APRILE - MEGLIADINO SAN VITALE (PD)
PARTECIPAZIONE ALLA CENA DEMOCRATICA
 
VENERDI 11 GIUGNO
ORE 19.00 IN PIAZZA DELLA FRUTTA
DEPOSIZIONE DELLA CORONA IN RICORDO DI ENRICO BERLINGUER
ORE 19.30 IN PIAZZA DEI SIGNORI
MANIFESTAZIONE PUBBLICA IN RICORDO DI ENRICO BERLINGUER con ROSY BINDI 
 

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