VII Commissione - Mercoledì 20 gennaio 2010
Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento concernente la revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei (Atto n. 132).
PROPOSTA DI
PARERE ALTERNATIVO PRESENTATA DAI DEPUTATI PES,
GHIZZONI, COSCIA, DE TORRE, SIRAGUSA, DE PASQUALE,
BACHELET, DE BIASI, LEVI, LOLLI, MAZZARELLA,
NICOLAIS, PES, PICIERNO, ROSSA, RUSSO
La VII
Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione),
esaminato lo Schema di decreto del Presidente della
Repubblica recante il Regolamento concernente norme
sul riordino dei Licei (atto n. 132),
premesso che:
si ritiene urgente avviare nel nostro paese una
riforma organica del sistema dell'istruzione nel suo
complesso e, in particolare, dell'Istruzione
superiore che sia capace di affrontare le sfide del
millennio: a) dallo sviluppo esponenziale
della conoscenza e delle nuove tecnologie, e del
sapere come fattore fondamentale di sviluppo della
persona e dell'intera comunità; b) dalla
globalizzazione dell'economia e dei sistemi
produttivi, profondamente innovati dalle nuove
tecnologie, che hanno modificato il mercato del
lavoro. Un mercato sempre più flessibile che
richiede profili professionali in continua
evoluzione; c) dalla crisi finanziaria ed
economica che ha duramente colpito il nostro paese
che richiede di essere affrontata con una nuova
visione strategica e nuove politiche di controllo e
di sviluppo sostenibile. Appare , quindi, cruciale
ripensare al sistema dell'istruzione e della
formazione;
si è rovesciato il rapporto tra istruzione formale e
istruzione informale. Prima della rivoluzione della
società della conoscenza, il sapere e le
informazioni venivano quasi tutte conseguite a
scuola, ora che solo il 30 per cento viene acquisito
durante il periodo scolastico. È il contesto
mediatico, sociale, territoriale, la multimedialità
ad egemonizzare il campo della conoscenza. I tempi e
i cambiamenti sono rapidissimi e il vecchio sistema
educativo non sembra stare al passo con questi
fenomeni e rischia di essere sopraffatto. In tal
senso, una visione minimalista del cambiamento in
corso e la mancanza di un profondo processo
riformatore del sistema dell'istruzione può indurre
questo esito negativo;
occorre superare l'impianto
enciclopedico-nozionistico e affermare un nuovo
impianto critico-metodologico, affinché la scuola
possa svolgere in questo nuovo contesto in modo
adeguato la sua funzione. Gli studi scientifici più
recenti mettono sempre più in discussione l'idea di
una scuola rigida e solo trasmissiva di saperi e
evidenziano come appaia sempre più artificiosa una
visione che separi il sapere dal fare, la teoria
dalla pratica. È necessario affermare la centralità
dell'apprendimento come il coinvolgimento e
protagonismo dell'alunno e delle sue potenzialità di
acquisizione delle conoscenze, come sintesi tra
corpo e mente, tra dimensione cognitiva ed emotiva;
occorre, con la definizione del nuovo ordinamento,
ripensare tutti gli aspetti dell'attività
scolastica:
la programmazione e la metodologia della didattica;
la promozione dell'innovazione e della ricerca
didattica progettata e realizzata in modo integrato
tra scuola e università, valorizzando la funzione
docente;
una ricerca metodologica che sia finalizzata: ad un
coinvolgimento attivo degli studenti, a livello
individuale e di gruppo, capace di stimolare le loro
potenzialità di apprendimento e la loro creatività;
di favorire il superamento della separazione rigida
tra lezione frontale e attività laboratoriale; alla
definizione dei quadri orari con nuovi criteri e la
riprogettazione e organizzazione degli spazi
scolastici e delle attrezzature in sintonia con la
nuova didattica;
la revisione dei curricoli per adeguarli alla
domanda sociale di cultura odierna, in funzione di
una pari dignità culturale e fra i diversi saperi
(umanistici, scientifici, tecnologici, artistici) e
senza fratture tra i diversi cicli scolastici;
la definizione di un piano nazionale, finalizzato a
valorizzare la funzione docente con lo sviluppo
della loro professionalità attraverso una adeguata
retribuzione; la realizzazione di programmi di
aggiornamento professionale e che preveda la
stabilizzazione del personale precario; la
definizione di organici funzionali, una nuova
normativa per la formazione di base e il
reclutamento e la selezione del personale docente e
dei dirigenti scolastici;
l'attivazione di un sistema di valutazione e di
autovalutazione delle scuole e del personale;
occorre, inoltre, rafforzare il rapporto tra scuola
e territorio, tra le istituzioni scolastiche, gli
enti Locali e le Regioni, integrare le attività
scolastiche ed extra-scolastiche e procedere con
l'attuazione del titolo V della Costituzione;
occorre, altresì, realizzare un nuovo sistema di
educazione e formazione permanente per tutto l'arco
della vita;
appare, infine, fondamentale che un processo
riformatore di tale portata debba porsi come
obiettivo qualificante la corretta attuazione
dell'elevamento dell'obbligo di istruzione a 16 anni
così come stabilito dal Governo Prodi, con il DM n.
139/2007 che, adeguandosi alle indicazioni europee
e, pur salvaguardando le specificità curriculari dei
diversi percorsi, stabilisce che in ciascuno di essi
debbano essere presenti i quattro assi culturali dei
linguaggi, storico-sociale, matematico,
scientifico-tecnologico. Ciò comporta che i primi
due anni dell'istruzione superiore prevedano una
formazione di base di ampio e consolidato respiro
culturale e che, nei profili di uscita, garantisca
il conseguimento degli obiettivi specifici di
apprendimento. Senza una chiara definizione delle
competenze attese ai 16 anni per tutti, non potrà
essere superata la gerarchizzazione culturale e
sociale esistente tra i licei, gli istituti tecnici
e professionali;
rilevato che nell'ordinamento proposto dal Governo
sarebbe stata necessaria una premessa ai tre schemi
di regolamento nella quale fosse delineata
un'identità/finalità comune ai tre percorsi del
secondo ciclo d'istruzione, da cui determinare le
identità specifiche;
rilevato che il provvedimento proposto dal Governo
definisce un impianto non basato sulle nuove
esigenze di educazione e di formazione, ma sulla
necessità di rendere operanti i tagli indiscriminati
alla spesa per l'Istruzione, definiti con il
decreto-legge n. 112/2008, convertito con la legge
n. 133/2008, e sull'assenza di un qualsivoglia
indirizzo deciso dal Parlamento in ordine alle
finalità culturali e alla qualità di una riforma che
non può, pertanto, fregiarsi di tale titolo;
rilevato altresì che questa logica di riduzione
della spesa ha già comportato per l'anno scolastico
2009-2010 l'eliminazione di 11.386 posti di docente,
conseguente alle misure di «razionalizzazione»
connesse all'aumento del numero degli studenti per
classe e alla riconduzione a 18 ore dell'orario
delle cattedre di tutte le discipline;
rilevato, inoltre, che alla logica dei tagli di cui
sopra, il regolamento in parola determinerà
un'ulteriore riduzione di 2580 unità docente più 33
docenti ITP;
rilevato che la riduzione del monte ore, in
particolare nel biennio - dove più facile è la
riorganizzazione del quadro orario - produrrà la
riduzione del personale docente; che l'obiettivo del
riordino è funzionale al contenimento della spesa e
non all'affermazione di una nuova visione strategica
dell'istruzione liceale del Paese; rilevato,
altresì, che proprio in questa logica, va letta
l'assenza di investimenti e il mancato stanziamento
di risorse aggiuntive destinate alla innovazione
didattica, alle strutture scolastiche (aule,
attività laboratoriale ecc.) e alla formazione del
personale docente.
Si stigmatizza che il principio generatore della
riforma - contrariamente a quanto affermato dal
Ministero - che non risponde alle reali richieste
che provengono dalla società contemporanea, di cui
sopra, ma riporta in luce l'impianto complessivo
dell'istruzione ad una visione di tipo gentiliano.
Risulta assente, infatti, una vera rivoluzione di
metodo capace di contenere gli elementi
indispensabili per una scuola del XXI secolo, quali:
a) la didattica laboratoriale di tutte le
discipline tramite il sistema delle compresenze
(storia/diritto; Arte/tutte; Lingua straniera
/tutte; Linguaggi /tutte);
b) la previsione di spazi di intersezione tra
le discipline, progettualità e sperimentazioni, che
invece l'Europa ci chiede;
c) l'insegnamento autonomo di Cittadinanza e
Costituzione;
d) l'insegnamento autonomo di Linguaggi
(Media Education);
e) l'insegnamento almeno quadriennale di
Scienze;
pertanto, si reputa necessaria un'attenta revisione
dello schema di regolamento e dei quadri
disciplinari, al fine di non disperdere la ricchezza
diffusa di centinaia di licei (più di un terzo del
totale) che da decenni sperimentano esperienze
didattiche che hanno prodotto risultati formativi e
culturali di eccellenza e conseguito gli obiettivi
OCSE PISA in linea con le maggiori scuole europee;
considerato che l'orario medio settimanale sarà di
27 ore nel primo biennio dei primi quattro licei e
di 31 nel secondo biennio e nel 5 anno, per i primi
3 licei (32 per il linguistico); 32 per il
musicale-coreutico; 34 (prima e seconda) e 35
(terza, quarta e quinta) per l'artistico;
considerato che, appare contraddittoria la
previsione per i licei di flessibilità didattiche o
curricolari riservate alla scuola, nella quota del
20 per cento al primo biennio e del 30 per cento al
secondo biennio, vincolata ad un contingente di
organico annuale attribuito, in modo sempre più
ridotto, dal Ministero;
considerato che, stando alle ipotesi ora al vaglio,
per effetto della riduzione oraria entreranno in
sofferenza molte discipline con le relative classi
di concorso - pur non essendo queste ultime oggetto
del regolamento in discussione - si rileva che, in
particolare:
a) La classe 19 A (Discipline giuridiche ed
economiche) scompare dai licei linguistici e delle
scienze umane e da molte sperimentazioni, mentre
l'insegnamento del diritto dovrebbe essere
incrementato anche al fine di rendere utile ed
effettiva la nuova disciplina «cittadinanza e
costituzione» che deve formare cittadini
consapevoli;
b) La classe 51 A (Materie letterarie con
latino) nel liceo scientifico, nel liceo linguistico
(da - 25 a - 50 per cento a seconda
dell'organizzazione precedente), nel liceo delle
scienze umane (- 8 per cento circa);
c) La classe 50 A (Materie letterarie) nel
liceo linguistico e nel liceo delle scienze umane
dove, vista la presenza del latino, prevarrà il
ricorso alla 51 A;
d) La classe 49 A (Matematica e Fisica) nel
liceo linguistico (-15 per cento circa);
e) La classe 45 A (Lingue straniere) nello
scientifico (10 per cento circa) e, relativamente
alla seconda lingua straniera, nel liceo linguistico
(-33 per cento circa);
f) La classe 60 A (Scienze naturali ecc.) nel
linguistico e nel liceo delle scienze umane (- 25
per cento circa);
g) Le classi 61 A (Storia dell'arte) e 25 A
(Disegno e storia dell'arte) dimezzate nei licei
linguistico e delle scienze umane;
h) La classe 36 A (Filosofia, pedagogia,
psicologia) e 37 A (Filosofia e storia) nel liceo
delle scienze umane (rispettivamente -33 per cento e
- 25 per cento);
i) La classe 47 A (Matematica) espulsa dai
licei delle scienze umane e linguistici, poiché
matematica e fisica diventano disciplina unica già
nel biennio;
j) Le classi 18 A (Discipline geometriche
ecc.), 21 A (Discipline pittoriche), 22 A
(Discipline plastiche) nel liceo artistico;
k) Le classi dalla 3 A alla 10 A (Arti varie)
e della tabella D (Laboratori degli istituti d'arte)
per la confluenza degli istituti d'arte nei licei
artistici;
considerato che la riduzione dei quadri orari
colpisce fortemente i licei interessati ai corsi
sperimentali, in particolare i più diffusi quali «il
Piano nazionale di informatica», la sperimentazione
della seconda lingua straniera per l'intero
quinquennio nei licei scientifici, il Liceo
Scientifico-Tecnologico, senza un'approfondita
valutazione dei risultati formativi raggiunti;
considerato che il liceo artistico prevede un numero
di ore insufficiente e mal distribuito per le
attività artistiche pratiche; che il liceo artistico
assorbe di fatto anche gli istituti d'arte, con
conseguenze pesanti sulla molteplicità di queste
scuole non riconducibili ai tre indirizzi previsti.
Gli istituti d'arte dovrebbero, infatti, avere un
taglio più professionalizzante ed essere legati di
più al territorio, anche per non disperdere il
valore degli istituti d'arte del mosaico, del
corallo, dell'oreficeria, dell'alabastro, del vetro,
del tessuto etc, che costituiscono un patrimonio
prezioso per tanti territori;
considerato che il liceo classico, analogamente al
liceo artistico, non prevede, al biennio lo studio
delle scienze naturali, nonostante tale disciplina
sia considerata, nei contenuti, uno dei quattro assi
portanti che l'Europa ci chiede come certificazione
di competenze alla fine dell'obbligo. Con la fine
delle sperimentazioni ci si trova di fronte a un
«nuovo» Liceo classico che ci riporta al «vecchio»:
infatti in questi licei una percentuale prossima al
100 per cento si studiano le lingue straniere anche
nel triennio, per un monte di ore pari a tre ore
settimanali; con la riorganizzazione le ore vengono
ridotte di una unità su ogni classe, per un totale
di cinque nell'intero quinquennio; viene abolito
inoltre lo studio dello storia dell'Arte in tutto il
quinquennio la cui sperimentazione ha permesso a
buona parte dei licei classici italiani una diffusa
e approfondita conoscenza del patrimonio artistico
del nostro Paese. Anche per il Liceo classico (così
com'è previsto per i Licei scientifico e delle
scienze sociali) andrebbe inserita l'opzione del
«Liceo della Comunicazione» che, rispondendo alla
necessità di far vivere l'umanesimo perenne della
classicità, attirerebbe in questa sfera anche quella
parte di studenti che non se la sentono di
frequentare un Classico tradizionale;
considerato che i Licei scientifici tornano alle più
vetuste esperienze: ad esempio, quelle delle tre ore
di lingua straniera e si pone fine allo studio della
seconda lingua comunitaria per tutto il quinquennio,
che era stato il fiore all'occhiello delle recenti
sperimentazioni;
considerato che il liceo scientifico tecnologico,
così come previsto nello schema di regolamento in
parola, recepisce solo in parte le caratteristiche
peculiari delle attuali sperimentazioni, poiché non
sono comprese le attuali ore di didattica di
laboratorio. Pertanto è indispensabile una diversa
articolazione delle opzioni del liceo scientifico,
mantenendo anche nei tecnici la previsione di
un'articolazione che riprenda il profilo del vecchio
«liceo scientifico tecnologico Brocca» e facendo sì
che, nelle confluenze, gli istituti tecnici che
attualmente hanno tali sperimentazioni, rilascino il
diploma di liceo scientifico tecnologico;
considerato che i Licei linguistici e delle scienze
umane, finora costituiti in via sperimentale con
orari intorno alle 35 ore, risentiranno maggiormente
del limite imposto delle 30 ore. In tali Licei la
definizione e distribuzione delle discipline risulta
approssimativa: ad esempio matematica e fisica
costituiscono una disciplina unica (comprensiva
anche di informatica!) diversamente dal classico e
dallo scientifico; arte e musica sono alternative e
sono distribuite su un'ora alla settimana. Inoltre,
in assenza delle sperimentazioni al Liceo
Linguistico si studieranno bene solo le lingue
straniere, mentre scomparirà una più vasta e solida
cultura liceale. Il latino si studierà solo nei
primi due anni, pur essendo, quello
linguistico, indirizzo dedicato più di altri alla
specializzazione dei linguaggi;
valutato negativamente che il Liceo delle Scienze
umane, nel suo indirizzo tradizionale è calibrato su
un asse Psico - Pedagogico, anziché, come nel resto
d'Europa, su un asse Sociale. È un'inutile
riedizione del soppresso magistrale con Latino per 5
anni eneppure un'ora di discipline giuridiche ed
economiche, materia che pure appartiene all'asse
culturale delle scienze umane. La classe 19 A
(Discipline giuridiche ed economiche) scompare senza
che si sia fatta alcuna riflessione didattica,
pedagogica o del mondo dell'impresa o delle
professioni. Tuttavia, il ripristino delle ore delle
discipline giuridiche ed economiche non deve
comportare una ulteriore riduzione di «Scienze
sociali e metodologia della ricerca». Nel biennio,
manca una disciplina caratterizzante (non è prevista
neanche un'ora di scienze sociali) compromettendo,
così, l'identità specifica dell'indirizzo. Nel
triennio la sottrazione dell'insegnamento della
Filosofia ai docenti di materia d'indirizzo (A036)
renderà difficile mantenere sincronia e coerenza tra
i programmi di filosofia e pedagogia, pur
trattandosi dello studio dei medesimi pensatori;
considerato che il liceo Musicale - Coreutico
nasconde l'incognita della ricerca e dell'impiego
delle risorse. In tal senso o si assume personale
nuovo e abilitato o si riqualificano, per
riconvertirle, i docenti di educazione musicale e di
strumento provenienti dalle scuole medie. Al suo
interno è previsto l'insegnamento teorico della
musica e della danza, ma assai poco quello pratico,
sacrificato dentro le 32 ore massime in cui si
articola. Soprattutto in quanto liceo vocazionale,
esso risente fortemente del mancato investimento
nell'attività laboratoriale e di un rapporto poco
chiaro con i Conservatori e le Accademie di danza e
altre istituzioni musicali e coreutiche
riconosciute. Il tema è quello della formazione e
dell'abilitazione all'insegnamento. Si stigmatizza
infine la previsione di affrontare un progetto così
ambizioso senza nessun investimento;
considerato che gran parte del deficit formativo
della scuola italiana è di tipo metodologico e
l'insegnamento è ancora in gran parte libresco;
bisognerebbe introdurre dovunque la pratica dei
laboratori e dell'indagine scientifica. È nel
laboratorio infatti, in quanto luogo di ricerca e di
indagine critica, che si impara l'analisi e la
soluzione dei problemi, l'uso dei modelli e
linguaggi specifici, la conoscenza delle strutture
sintattiche e logiche delle discipline. Benché nella
attività laboratoriale ci siano le condizioni per
l'attuazione di modelli didattici funzionali
all'apprendimento per competenze, tale pratica
purtroppo non riguarda strutturalmente i licei;
considerato che, con un evidente attacco al buon
senso, l'avvio della riforma nel 2010-2011
riguarderà oltre alle prime classi anche le seconde.
In tal modo, grazie alla contrazione dei quadri
orari si otterrà il risparmio previsto; le famiglie,
tuttavia, avranno iscritto i propri figli a corsi
destinati a cambiare dopo un anno gli assetti
curriculari, quadri orari e insegnanti. Così facendo
si disattende il diritto degli alunni alla
continuità educativa, e si riduce il tempo
necessario per gestire il passaggio dal vecchio al
nuovo ordinamento.
Al riguardo si fa notare che non sono state ancora
definite né le «Indicazioni nazionali» né le nuove
classi di concorso e che, in assenza delle
condizioni funzionali alla sua attuazione, un'
eventuale accelerazione del processo di riforma
genererebbe solo ulteriore disagio all'interno della
comunità scolastica e rafforzerebbe il convincimento
che la riforma dei Licei ha per obiettivo primario
il solo contenimento della spesa;
considerato che il Consiglio di Stato, pur avendo
espresso parere favorevole al regolamento, ha
rilevato che negli articoli riservati ai singoli
percorsi liceali è assente un richiamo alle finalità
generali e alla sua identità culturale poiché tali
percorsi, salvo quello del liceo scientifico, sono
diretti genericamente ad «approfondire conoscenza,
abilità e competenza»;
preso atto del parere espresso dalla Conferenza
Unificata Stato, Regioni e Autonomie Locali del 29
ottobre 2009;
preso atto del parere del Consiglio Nazionale della
Pubblica Istruzione;
considerato che il Consiglio di Stato ha mostrato
perplessità sulla istituzione di dipartimenti, quali
articolazioni funzionali del collegio dei docenti, e
per la costituzione di un comitato scientifico,
poiché detti organismi entrerebbero in conflitto
tanto rispetto alla riserva di legge in materia di
organizzazione scolastica quanto con il rispetto
dell'autonomia scolastica in base alla quale ogni
scuola deve poter valutare l'opportunità di
istituire tali organi nel loro specifico contesto;
considerato altresì che il Consiglio di Stato ha
espresso forti perplessità in merito all'utilizzo di
decreti ministeriali non aventi forza normativa, per
quanto riguarda la definizione delle indicazioni
nazionali inerenti gli ordinamenti, l'articolazione
delle cattedre e l'autovalutazione dei percorsi
previsti dai regolamenti e che, comunque, ad oggi
non sono ancora formalmente definiti i regolamenti
con i quali viene disposta la revisione dell'attuale
assetto ordinamentale, organizzativo e didattico
dell'istruzione liceale. Appare quindi del tutto
evidente l'impossibilità di avviare la
programmazione della nuova offerta formativa in
tempo utile per l'inizio dell'anno scolastico
2010-2011 poiché non si consente alle famiglie una
scelta consapevole dell'indirizzo di scuola più
consona ai propri figli;
considerato ancora che in assenza delle definitive
disposizioni normative le Regioni non possono,
nell'ambito delle proprie competenze, definire gli
indirizzi di programmazione dell'offerta formativa
per l'anno scolastico 2010-2011;
tenuto conto che Il Governo stesso aveva, in fase di
discussione della legge finanziaria 2010,
riconosciuto la validità di tale richiesta
accettando un ordine del giorno, presentato dal
Partito democratico, che chiedeva di procrastinare
di un anno l'entrata in vigore dei regolamenti,
esprime
PARERE CONTRARIO
sullo Schema di Regolamento in oggetto.
Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento concernente norme sul riordino degli istituti tecnici (Atto n. 133).
PROPOSTA DI
PARERE ALTERNATIVO PRESENTATA DAI DEPUTATI SIRAGUSA,
GHIZZONI, COSCIA, DE TORRE, PES, BACHELET, DE
PASQUALE, DE BIASI, LEVI, LOLLI, MAZZARELLA,
NICOLAIS, PES, PICIERNO, ROSSA, RUSSO
La VII
Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione),
esaminato lo Schema di decreto del Presidente della
Repubblica recante il Regolamento concernente norme
sul riordino degli Istituti Tecnici (atto n. 133),
premesso che:
si ritiene urgente avviare nel nostro paese una
riforma organica del sistema dell'istruzione nel suo
complesso e, in particolare, dell'Istruzione
superiore che sia capace di affrontare le sfide del
millennio, contrassegnato: a) dallo sviluppo
esponenziale della società della conoscenza e delle
nuove tecnologie, del sapere come fattore
fondamentale di sviluppo della persona e dell'intera
società; b) dalla globalizzazione
dell'economia e dei sistemi produttivi,
profondamente innovati dalle nuove tecnologie, che
hanno modificato il mercato del lavoro. Un mercato
sempre più flessibile che richiede profili
professionali in continua evoluzione; c)
dalla crisi finanziaria ed economica mondiale, che
ha duramente colpito il nostro Paese, e che richiede
di essere affrontata con una nuova visione
strategica e nuove politiche di controllo e di
sviluppo sostenibile. Appare quindi cruciale
ripensare al sistema dell'istruzione e della
formazione;
si è rovesciato il rapporto tra istruzione formale e
istruzione informale. Prima della rivoluzione della
società della conoscenza, il sapere e le
informazioni venivano quasi tutte conseguite a
scuola, ora solo il 30 per cento viene acquisito
durante il periodo scolastico. Il campo della
conoscenza è egemonizzato dal contesto mediatico,
sociale, territoriale, dalla multimedialità. I tempi
e i cambiamenti sono rapidissimi e il vecchio
sistema educativo non sembra stare al passo con
questi fenomeni e rischia di essere sopraffatto. In
tal senso, una visione minimalista del cambiamento
in corso e la mancanza di un profondo processo
riformatore del sistema dell'istruzione può indurre
un esito negativo;
in questo nuovo contesto, affinché la scuola possa
svolgere in modo adeguato la sua funzione, occorre
superare l'impianto enciclopedico-nozionistico e
affermare un nuovo impianto critico-metodologico. Le
stesse nuove acquisizioni scientifico-neurologiche
mettono sempre più in discussione l'idea di una
scuola rigida e solo trasmissiva di saperi e
evidenziano come appaia sempre più artificiosa una
visione che separi il sapere dal fare, la teoria
dalla pratica. È necessario affermare la centralità
dell'apprendimento come coinvolgimento e
protagonismo dell'alunno e delle sue potenzialità di
acquisizione delle conoscenze, attraverso la sintesi
tra corpo e mente, tra dimensione cognitiva ed
emotiva, quindi come cooperazione educativa;
occorre, con la definizione del nuovo ordinamento,
ripensare tutti gli aspetti dell'attività
scolastica:
la programmazione e la metodologia della didattica;
la promozione dell'innovazione e della ricerca
didattica progettata e realizzata in modo integrato
tra scuola e università, valorizzando la funzione
docente;
una ricerca metodologica che sia finalizzata ad un
coinvolgimento attivo degli studenti, a livello
individuale e di gruppo, che stimoli le loro
potenzialità di apprendimento e la loro creatività;
favorendo il superamento dell'organizzazione rigida
della lezione frontale, puntando sulle attività
laboratoriali, definendo i quadri orari con nuovi
criteri, e sulla riprogettazione, strutturazione e
organizzazione degli spazi scolastici e delle
attrezzature in sintonia con la nuova didattica;
la revisione dei curricula per adeguarli alla
domanda sociale di cultura odierna, in funzione di
una pari dignità culturale fra i diversi saperi
(umanistici, scientifici, tecnologici, artistici) e
senza fratture tra i diversi cicli scolastici;
la definizione di un piano nazionale finalizzato a
valorizzare la funzione docente attraverso una
adeguata retribuzione economica, la realizzazione di
programmi di aggiornamento professionale, la
stabilizzazione del personale precario, la
definizione di organici funzionali, una nuova
normativa per la formazione di base e il
reclutamento e la selezione del personale docente e
dei dirigenti scolastici;
l'attivazione di un sistema di valutazione e di
autovalutazione delle scuole e del personale;
occorre, inoltre, rafforzare il rapporto tra scuola
e territorio, tra le istituzioni scolastiche, gli
enti Locali e le Regioni, integrare le attività
scolastiche ed extra-scolastiche e procedere con
l'attuazione del titolo V della Costituzione;
occorre, altresì, realizzare un nuovo sistema di
educazione e formazione permanente per tutto l'arco
della vita;
appare, infine, fondamentale che un processo
riformatore di tale portata si ponga come obiettivo
qualificante la corretta attuazione dell'elevamento
dell'obbligo di istruzione a 16 anni così come
stabilito dal governo Prodi con DM n. 139/2007 che,
in conformità con le indicazioni europee e, pur
salvaguardando le specificità curriculari dei
diversi percorsi, stabilisce che in ciascuno di essi
debbano essere presenti i quattro assi culturali dei
linguaggi, storico-sociale, matematico, scientifico.
Ciò comporta che i primi due anni dell'istruzione
prevedano una formazione di base di ampio e
consolidato respiro culturale e, che, nei profili in
uscita, garantisca il conseguimento degli obiettivi
specifici di apprendimento. Senza una chiara
definizione delle competenze attese a 16 anni per
tutti non potrà essere superata la gerarchizzazione
culturale e sociale esistente tra licei, istituti
tecnici e professionali;
ritenuto che sarebbe necessario realizzare un
biennio unitario costruito sui quattro assi
fondamentali dei saperi che si concluda con la
certificazione dell'obbligo di istruzione;
ritenuto che occorre una diversa definizione e
articolazione del biennio, unitario e orientativo,
che superi gli steccati di stampo gentiliano e si
proponga di offrire pari opportunità ai nostri
ragazzi: un segmento che consenta ai ragazzi di
comprendere meglio le loro capacità e attitudini
favorendo i passaggi da un corso di studi ad un
altro senza che nessuno si perda per strada;
rilevato che sarebbe stata necessaria una premessa
ai tre schemi di regolamento nella quale fosse
delineata una identità/finalità comune ai tre
percorsi del secondo ciclo di istruzione dalla quale
sarebbero poi discese e definite tre
identità/finalità specifiche, e non invece
identità/finalità progressivamente riduttive
rispetto a quelle dei licei;
rilevato che il provvedimento proposto dal Governo
definisce un impianto non basato sulle nuove
esigenze di educazione e di formazione bensì fondato
sulla esigenza di rendere operanti i tagli
indiscriminati alla spesa per l'Istruzione definiti
con il Decreto legge n. 112/2008, convertito con la
legge n. 133/2008 e sull'assenza di un qualsivoglia
indirizzo deciso dal Parlamento in ordine alle
finalità culturali e alla qualità della riforma;
rilevato altresì che la logica di riduzione della
spesa, in conseguenza delle misure di
«razionalizzazione» connesse all'aumento del numero
degli studenti per classe e alla riconduzione a 18
ore dell'orario delle cattedre di tutte le
discipline, ha già comportato per l'anno scolastico
2009-2010 l'eliminazione di 11.386 posti di docente;
rilevato inoltre che la logica dei tagli di cui
sopra, che sottende anche allo schema di decreto
recante il regolamento in discussione, comporta
un'ulteriore riduzione di 7492 unità docente più
2867 docenti ITP per un totale di 10359 unità;
rilevato che, per i motivi esposti in premessa, la
riforma dell'ultimo segmento del percorso scolastico
è certamente auspicabile e urgente per offrire ai
giovani italiani strumenti atti a metterli in
condizione di parità con i loro coetanei del resto
del mondo e per renderli capaci di affrontare le
sfide di questi anni, resi ancora più difficili da
una crisi complessa e ancora molto lontana dal
superamento.
Ma una riforma deve partire dall'individuazione
degli obiettivi che si intendono raggiungere e non
da obiettivi di riduzione della spesa.
Quella che ci si propone oggi è invece viziata dai
tagli della L. 133/08: il riordinamento
dell'istruzione secondaria superiore previsto nei
regolamenti in esame viene realizzato nell'ambito
della politica di ridimensionamento della spesa per
l'istruzione pubblica prevista dall'articolo 64 del
decreto legge 112/08 (circa 8 miliardi di euro in
tre anni) e in assenza di un qualsivoglia indirizzo
deciso dal Parlamento in ordine alle finalità
culturali e alla qualità istituzionale della
riforma;
rilevato, inoltre, che una nuova scuola, tarata
sugli obiettivi, pur enunciati nei regolamenti in
esame, dell'Unione Europea, avrebbe bisogno di nuovi
stanziamenti, di investimenti mirati soprattutto
sulla formazione dei docenti, ma anche
sull'organizzazione delle istituzioni scolastiche e
sulle attrezzature di cui dovrebbero essere dotate
e, che, al contrario, il regolamento in esame
prevede financo la riduzione dei laboratori e dei
posti di docenti tecnico pratici;
ritenuto che l'identità dell'istruzione tecnica
finisce con l'essere circoscritta ad «una solida
base culturale di carattere scientifico e
tecnologico...», e che quindi nei tre schemi permane
e si rafforza quella gerarchia tra percorsi
secondari che invece andrebbe superata, considerando
i profondi cambiamenti che si verificano giorno dopo
giorno sia nel mondo della ricerca scientifica e
delle applicazioni tecnologiche, grazie alle quali
la separazione tra lavoro intellettuale e manuale
sta sempre più perdendo significato, sia nel mondo
della ricerca educativa che non da oggi propone
strategie per un insegnare/apprendere in grado di
sollecitare e «produrre» soggetti «competenti» anche
se condizionati da un milieu socioculturale
deprivato;
ritenuto che la costruzione della responsabilità,
della capacità di scegliere, della capacità di
interpretare, della forza di costruirsi una
prospettiva per il proprio futuro possono essere
ottenute tanto per «via tecnologica» quanto per «via
umanistica», mentre in tal senso lo schema in esame
risulta del tutto divergente;
ritenuto che una didattica veramente innovativa
dovrebbe prevedere alcune innovazioni strutturali,
quali il superamento dell'orario di cattedra ed
utilizzazione delle competenze professionali dei
docenti secondo criteri diversi rispetto a quelli
previsti dalle gabbie delle classi di concorso e
degli orari di cattedra;
ritenuto che il fatto che la riforma si applichi
anche alle seconde classi degli istituti tecnici
appare incomprensibile da ogni punto di vista, tanto
meno da quello didattico ed educativo. Tale
previsione si fonda solo sulle esigenze di taglio
alla spesa pubblica e contrasta con il diritto dei
giovani, che quest'anno hanno scelto e cominciato il
loro percorso di studi, di proseguire serenamente
tale percorso;
ritenuto, altresì, che la riduzione oraria a 32 ore
applicata già dal prossimo anno scolastico anche
alle terze e quarte negli istituti tecnici, peraltro
senza un'indicazione specifica su quali discipline
debbano subire tali decurtazioni, costituisce un
grave nocumento per gli studenti che hanno già
iniziato, e alcuni quasi completato, il percorso di
studi, violando il diritto dei ragazzi a concludere
gli studi in continuità con il percorso che hanno
scelto di intraprendere, e che tale previsione non
hanno altra spiegazione se non l'urgenza del MEF di
riduzione della spesa;
considerato che la previsione di quote orarie
opzionali e della maggiore autonomia delle
istituzioni scolastiche, pure condivisibile, deve
essere resa possibile e concreta sul piano
organizzativo con la previsione di un organico
funzionale pluriennale, di cui non vi è traccia
nello schema in esame, che, al contrario, vincola la
flessibilità didattica e curriculare nei limiti dei
contingenti di organico assegnati;
ritenuto che demandare a successiva decretazione,
per gli istituti tecnici, le possibilità delle
opzioni significa limitare l'autonomia e il
radicamento territoriale delle scuole e sottrarre
semplificazione e trasparenza all'intera manovra ed
è viziato da illegittimità, come segnalato dal
Consiglio di Stato;
ritenuto che la riforma degli istituti tecnici è
urgente e che ormai la riflessione e l'elaborazione
hanno raggiunto un livello di maturazione che solo
in parte è contenuto nello schema di regolamento in
esame. La Commissione presieduta dal prof. De Toni,
insediata dal governo Prodi con l'obiettivo di
elaborare una proposta di riforma degli istituti
tecnici, che ne valorizzasse il ruolo fondamentale
per la promozione sociale e lo sviluppo economico
del nostro Paese, ha svolto un pregevole lavoro, ma
il Governo, che pure l'ha mantenuta, ha colto solo
in modo parziale e limitativo la spinta innovativa
che deriva dall'elaborazione della Commissione,
minando alle radici tali potenzialità;
ritenuto che nel regolamento sono contenuti aspetti
positivi e condivisibili, che sono stati
sottolineati nelle audizioni da esperti,
associazioni professionali e sindacati:
riduzione e semplificazione degli indirizzi;
l'affermazione che la didattica laboratoriale deve
essere la metodologia di lavoro per raggiungere le
competenze previste ed espresse secondo la
definizione europea EQF per rendere confrontabili i
titoli di studio, ma la riduzione delle competenze,
delle ore di docenti ITP e di laboratorio vanifica
l'affermazione;
i curricoli per competenze come scelta di fondo,
anche se a causa della riduzione delle ore, appare
debole e incerta l'area comune del biennio;
il richiamo ad un collegamento sistematico con le
strutture della ricerca, del mondo produttivo e
delle professioni;
il richiamo ad una mirata ed efficace azione di
orientamento;
l'affermazione della necessità un ampio uso di
stages, tirocini, laboratori e alternanza scuola
lavoro;
l'aumento dell'autonomia nel curricolo del secondo
biennio e nel V anno, seppure con i rilievi già
sottolineati;
la costituzione, nei singoli istituti, dei
dipartimenti per sostenere la progettazione
educativa e l'integrazione tra le discipline,
seppure con i rilievi già effettuati, in particolare
sul contrasto con l'autonomia scolastica e con
l'esigenza di una riforma della governance
complessiva delle istituzioni scolastiche;
la declinazione dei risultati di apprendimento in
competenze, abilità e conoscenze secondo il quadro
europeo dei titoli e delle qualifiche (EQF 2008);
l'introduzione dell'insegnamento in lingua inglese
di una disciplina non linguistica nel quinto anno,
anche se non si possono tacere i dubbi circa
l'effettiva applicabilità di tale indicazione;
ritenuto, però, che sono presenti molti aspetti
negativi, oltre a quelli già evidenziati, in diretto
contrasto con alcuni di quelli positivi:
l'assenza di risorse umane e finanziarie per le
scuole e la formazione dei docenti;
il permanere di terminalità troppo rigide e
specialistiche che non consentono di costruire un
profilo compatibile con professionalità realmente
strategiche;
la riduzione delle ore specie nel biennio;
la riduzione degli orari dei laboratori e delle ore
dedicate alla compresenza, nonché delle ore degli
insegnanti tecnico-pratici, come sopra evidenziato;
la mancanza di chiarezza sul problema della
valutazione e certificazione delle competenze;
l'assenza di un nesso tra area comune e competenze
di cittadinanza;
la mancanza di un nesso tra materie del biennio e
quelle del triennio;
considerato che non sono stati previsti
finanziamenti mirati e piani nazionali di
aggiornamento dei docenti e dei dirigenti
scolastici;
considerato che la pratica laboratoriale,
indispensabile in modo particolare per l'istruzione
tecnica, è messa in discussione dall'eccessivo
taglio delle compresenze degli insegnanti tecnico
pratici e che, al contrario, i laboratori,
nell'impostazione della commissione de Toni, erano
fondamentali, mentre il governo ne ha stabilito un
taglio del 30 per cento;
considerato che non è prevista la possibilità di
attivare insegnamenti facoltativi sui quali gli
studenti possano esprimere una scelta;
considerato che il Comitato scientifico dello Schema
di regolamento in esame presenta rischi di
sovrapposizione con le funzioni di altri organi
della scuola - dipartimenti e collegio dei docenti ,
che andrebbero evitate, e che la sua composizione,
in particolare con l'articolazione delle
rappresentanze su base paritetica, non trova alcuna
fondata motivazione per un organismo a cui si
assegnano funzioni consultive e di proposta;
considerato che è necessario affidare alle scuole
ogni deliberazione circa l'eventuale costituzione e
la composizione del comitato medesimo, così come
peraltro sottolineato nel parere del Consiglio di
Stato;
considerato che il Comitato nazionale per
l'istruzione tecnica e professionale, istituito ai
fini del monitoraggio di cui all'articolo 12, oltre
che risultare di quasi esclusiva nomina ministeriale
e privo di qualsiasi forma di rappresentatività e di
garanzia tecnico professionale, sostituisce
impropriamente il Comitato nazionale per il sistema
dell'istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS)
istituito per le finalità previste dall'articolo 69
della legge 144/99, come peraltro rilevato dal
Consiglio di Stato;
considerato che la valutazione delle competenze e il
sistema delle qualifiche (EQF) rende necessaria
l'indicazione degli standard di prestazione secondo
i quali certificare le competenze e che tale
indicazione è assente nello schema di regolamento in
esame;
considerato che nei quadri orari di vari indirizzi è
inserita la disciplina Scienze integrate con
l'accompagnamento delle dizioni Fisica, Chimica,
Scienze della terra e Biologia, senza che venga
chiarito se si tratti di una nuova disciplina o solo
di una nuova denominazione di quelle indicate tra
parentesi, peraltro con una consistente riduzione
del monte ore complessivo;
considerato che le materie scientifiche dovrebbero
avere un ruolo importante nella formazione tecnica,
anche alla luce degli obiettivi di Lisbona;
considerato che la disciplina Scienze e tecnologie
applicate non può essere inserita nel biennio, in
quanto già fortemente caratterizzante del percorso
di studio e pertanto non orientativa né
propedeutica;
considerato che è necessaria una maggiore
caratterizzazione dell'indirizzo Turistico
all'interno del settore «Economico», prevedendo la
possibilità di differenziare il percorso di studio
del perito per il turismo in indirizzi che
valorizzino le specificità territoriali: sia
articolando i quadri orari in maniera che in ciascun
indirizzo si configurino alcune discipline
prevalenti, sia offrendo materie opzionali
significative rispetto alle realtà regionali. È
necessario, inoltre, mantenere le discipline
tecnico-pratiche (Pratica d'Agenzia e Conversazione
in lingua straniera) che da sempre hanno qualificato
l'indirizzo turistico, fornendo agli alunni le
indispensabili competenze professionali, le quali
devono necessariamente trovare una precisa
collocazione nel quadro orario della riforma, anche
in forma di compresenza nel secondo biennio e
nell'ultimo anno;
considerato che il liceo scientifico-tecnologico,
così come previsto nello schema di regolamento dei
licei, recepisce solo parzialmente le
caratteristiche peculiari delle attuali
sperimentazioni, che hanno avuto grande successo, in
particolare per l'azzeramento delle ore di
laboratorio. Pertanto è indispensabile una diversa
articolazione delle opzioni del liceo scientifico,
mantenendo nei tecnici la previsione di
un'articolazione che riprenda il profilo del vecchio
liceo scientifico tecnologico Brocca e facendo sì
che, nelle confluenze, gli istituti tecnici che
attualmente hanno tali sperimentazioni, rilascino
diplomi di liceo scientifico tecnologico;
rilevato che gli schemi di Regolamento degli
Istituti Tecnici e dei Licei, e le tabelle di
confluenza dei percorsi tecnici e dei percorsi
liceali nei nuovi indirizzi tecnici e liceali,
comportano la perdita di indirizzi sperimentati con
successo dagli Istituti Tecnici per Attività
Sociali: in particolare l'indirizzo Biologico
(indirizzo liceale) e Generale (indirizzo tecnico);
tali Istituti acquisterebbero pertanto
esclusivamente il profilo di Istituti di istruzione
Superiore, costituiti da indirizzi di tipo tecnico
del settore tecnologico e di tipo liceale; al fine
di evitare tale situazione si rende necessario
stabilire la confluenza dell'indirizzo sperimentale
Biologico «Brocca» nel settore Tecnologico -
indirizzo Chimico, Materiali e Biotecnologie
dell'istruzione tecnica, realizzando un corso di
studi che rilascerà un diploma di istruzione
tecnica; la confluenza dell'indirizzo Generale
dell'ITAS nel settore Tecnologico - Indirizzo
Sistema Moda, articolazione Tessile, Abbigliamento e
Moda e la confluenza dell'indirizzo Economo -
Dietista dell'ITAS nell'istruzione Tecnica - Settore
Tecnologico - indirizzo Chimica, materiali e
biotecnologie;
ritenuto necessario mantenere l'indirizzo di
Informatica Gestionale (Programmatori/Mercurio) nel
Settore Economico, che può formare esperti in
settori di avanguardia come il web design e la
programmazione web-oriented. Nel Settore Economico
dovessero permanere solo i due indirizzi previsti
dal riordino («Amministrazione, Finanza e Marketing»
e «Turismo»), i futuri diplomati avrebbero delle
competenze e delle capacità informatiche irrisorie e
marginali, mentre l'economia punta verso l'e-commerce
e l'e-business e che nessuno degli indirizzi
proposti nel riordino prevede un percorso capace di
fornire le competenze per creare degli esperti in
questi importanti ambiti. Le figure in uscita del
Settore Tecnologico sono orientate a gestire più
l'aspetto hardware e «tecnico-industriale» dei
sistemi informatici che a ricoprire funzioni e
svolgere mansioni di tipo economico-aziendale e che
pertanto sarebbe necessario l'ulteriore indirizzo
Informatica gestionale;
ritenuto che l'indirizzo per periti aziendali
corrispondenti in lingue estere, avviato in forma di
sperimentazione ormai da decenni, costituisce un
importante contributo all'attività aziendale e che
lo schema in esame cancella tale indirizzo
riconducendolo a quello Amministrazione, Finanza e
Marketing del Settore Economico;
preso atto del parere espresso dalla Conferenza
Unificata Stato, Regioni e Autonomie Locali del 29
ottobre 2009;
preso atto del parere del Consiglio Nazionale della
Pubblica Istruzione;
preso atto del parere del Consiglio di Stato e delle
cui condizioni poste, in particolare per quel che
concerne i commi 2 e 3 dell'articolo 8: «In entrambi
casi la natura dell'oggetto di disciplina suggerisce
l'utilizzo di atti aventi forza normativa, sicché
appare opportuno eliminare dal testo delle due
disposizioni l'inciso «di natura non regolamentare»;
ritenuto quindi che non si possano demandare a un
successivo decreto ministeriale di natura non
regolamentare la definizione di aspetti che attuano
e completano le disposizioni contenute nello schema
di regolamento in esame;
ritenuto che il rinvio si rende a questo punto
inevitabile, per non far fallire la riforma:
presidi, insegnanti e famiglie non hanno ancora
certezze sulle caratteristiche della nuova
istruzione tecnica e per le scuole sarebbe
impossibile avviare la programmazione della nuova
offerta formativa in tempo utile per il prossimo
anno scolastico;
ritenuto pertanto che le scelte dei ragazzi
verrebbero viziate dalla inevitabile confusione che
deriverà dalla frettolosa lettura della riforma. Il
rinvio a marzo del termine per le iscrizioni fissa
una scadenza troppo ravvicinata: per quanto
immediata possa essere l'approvazione definitiva del
regolamento, l'orientamento non potrà essere
efficace e le istituzioni scolastiche non potranno
riorganizzarsi per affrontare il nuovo anno
scolastico;
tenuto conto che il Governo stesso ha in fase di
discussione della legge finanziaria 2010 ha
riconosciuto la validità di tale richiesta,
accogliendo un ordine del giorno presentato dal
partito Democratico, nel quale si chiede di
procrastinare di un anno l'entrata in vigore dei
regolamenti;
ritenuto pertanto che il rinvio di un anno è
indispensabile per non procurare gravissimi danni ai
ragazzi e alle famiglie,
esprime
PARERE CONTRARIO
sullo Schema di Regolamento in oggetto.
Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento concernente norme sul riordino degli istituti professionali (Atto n. 134).
PROPOSTA DI
PARERE ALTERNATIVO PRESENTATA DAI DEPUTATI DE TORRE,
GHIZZONI, COSCIA, SIRAGUSA, DE PASQUALE, BACHELET,
DE BIASI, LEVI, LOLLI, MAZZARELLA,
NICOLAIS, PES, PICIERNO, ROSSA, RUSSO
La VII
Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione),
esaminato lo Schema di decreto del Presidente della
Repubblica recante il Regolamento concernente norme
sul riordino degli Istituti Professionali (atto n.
134),
premesso che:
si ritiene urgente avviare nel nostro paese una
riforma organica del sistema dell'istruzione nel suo
complesso e, in particolare, dell'Istruzione
superiore che sia capace di affrontare le sfide del
millennio contrassegnato: a) dallo sviluppo
esponenziale della società della conoscenza e delle
nuove tecnologie e del sapere come fattore
fondamentale di sviluppo della persona e dell'intera
comunità; b) dalla globalizzazione
dell'economia e dei sistemi produttivi profondamente
innovati dalle nuove tecnologie, che hanno
modificato il mercato del lavoro. Un mercato sempre
più flessibile che richiede profili professionali in
continua evoluzione; c) dalla crisi
finanziaria ed economica mondiale che ha duramente
colpito il nostro paese e che richiede di essere
affrontata con una nuova visione strategica e nuove
politiche di controllo e di sviluppo sostenibile.
Appare, quindi, cruciale ripensare al sistema
dell'istruzione e della formazione;
si è rovesciato il rapporto tra istruzione formale e
istruzione informale. Prima della rivoluzione della
società della conoscenza, il sapere e le
informazioni venivano quasi tutte conseguite a
scuola, ora solo il 30 per cento viene acquisito
durante il periodo scolastico. È il contesto
mediatico, sociale, territoriale, la multimedialità
ad egemonizzare il campo della conoscenza. I tempi e
i cambiamenti sono rapidissimi e il vecchi sistema
educativo non sembra stare al passo con questi
fenomeni e rischia di essere sopraffatto. In tal
senso, una visione minimalista del cambiamento in
corso e la mancanza di un profondo processo
riformatore del sistema dell'istruzione può indurre
un esito negativo;
occorre superare l'impianto
enciclopedico-nozionistico e affermare un nuovo
impianto critico-metodologico affinché la scuola
possa svolgere in questo nuovo contesto in modo
adeguato la sua funzione. Gli studi scientifici più
recenti mettono in discussione l'idea di una scuola
rigida e solo trasmissiva di saperi ed evidenziano
come appaia sempre più artificiosa una visione che
separi il sapere dal fare, la teoria dalla pratica.
È necessario affermare la centralità
dell'apprendimento come coinvolgimento e
protagonismo dell'alunno e delle sue potenzialità di
acquisizione delle conoscenze, attraverso la sintesi
tra corpo e mente, tra dimensione cognitiva ed
emotiva;
occorre, con la definizione del nuovo ordinamento,
ripensare tutti gli aspetti dell'attività
scolastica:
la programmazione e la metodologia della didattica;
la promozione dell'innovazione e della ricerca
didattica progettata e realizzata in modo integrato
tra scuola e università, valorizzando la funzione
docente;
una ricerca metodologica che sia finalizzata: ad un
coinvolgimento attivo degli studenti, a livello
individuale e di gruppo, capace di stimolare le loro
potenzialità di apprendimento e la loro creatività;
a favorire il superamento della superazione rigida
tra lezione frontale e attività laboratoriale; alla
definizione dei quadri orari con nuovi criteri e
alla riprogettazione ed organizzazione degli spazi
scolastici e delle attrezzature in sintonia con la
nuova didattica;
la revisione dei curricula per adeguarli alla
domanda sociale di cultura odierna, in funzione di
una pari dignità culturale fra i diversi saperi
(umanistici, scientifici, tecnologici, artistici) e
senza fratture tra i diversi cicli scolastici;
la definizione di un piano nazionale finalizzato a
valorizzare la funzione docente attraverso una
adeguata retribuzione, la realizzazione di programmi
di aggiornamento professionale, la stabilizzazione
del personale precario, la definizione di organici
funzionali, una nuova normativa per la formazione di
base e il reclutamento e la selezione del personale
docente e dei dirigenti scolastici;
l'attivazione di un sistema di valutazione e di
autovalutazione delle scuole e del personale;
occorre, inoltre, rafforzare il rapporto tra scuola
e territorio, tra le istituzioni scolastiche, gli
enti Locali e le Regioni, integrare le attività
scolastiche ed extra-scolastiche e procedere con
l'attuazione del titolo V della Costituzione;
occorre, altresì, realizzare un nuovo sistema di
educazione e formazione permanente per tutto l'arco
della vita;
appare infine, fondamentale che un processo
riformatore di tale portata debba porsi come
obiettivo qualificante la corretta attuazione
dell'elevamento dell'obbligo di istruzione a 16 anni
così come stabilito dal Governo Prodi con il DM n.
139/2007 che, adeguandosi alle indicazioni europee e
pur salvaguardando le specificità curriculari dei
diversi percorsi, stabilisce che in ciascuno di essi
debbano essere presenti i quattro assi culturali dei
linguaggi, storico-sociale, matematico,
scientifico-tecnologico. Ciò comporta che i primi
due anni dell'istruzione superiore prevedano una
formazione di base di ampio e consolidato respiro
culturale che, nei profili di uscita, garantisca il
conseguimento degli obiettivi specifici di
apprendimento. Senza una chiara definizione delle
competenze attese ai 16 anni per tutti, non potrà
essere superata la gerarchizzazione culturale e
sociale esistente tra i licei, gli istituti tecnici
e professionali;
occorre cioè dotare, nel corso del biennio
dell'obbligo, i ragazzi e le ragazze di un solido,
alto e versatile bagaglio di saperi e di competenze
che superi l'impianto gentiliano e si proponga di
offrire loro pari opportunità; al contempo occorre
consentire i passaggi da un corso di studi ad un
altro per agevolare la realizzazione delle capacità
e delle attitudini di ognuno nell'individuare la
futura professione in un mondo del lavoro che
richiede e richiederà sempre più flessibilità;
rilevato che nei provvedimenti proposti dal Governo
sarebbe stata necessaria una premessa ai tre schemi
di regolamento nella quale fosse delineata una
identità/finalità comune ai tre percorsi del secondo
ciclo di istruzione da cui far discendere le
specifiche identità;
rilevato che il provvedimento proposto dal Governo
definisce un impianto non basato sulle nuove
esigenze di educazione e di formazione bensì fondato
sulla esigenza di rendere operanti i tagli
indiscriminati alla spesa per l'Istruzione definiti
con il Decreto legge n. 112/2008, convertito con la
legge n. 133/2008 e sull'assenza di un qualsivoglia
indirizzo deciso dal Parlamento in ordine alle
finalità culturali e alla qualità di una riforma
che, pertanto, non può fregiarsi di tale titolo;
rilevato altresì che questa logica di riduzione
della spesa ha già comportato per l'anno scolastico
2009-2010 l'eliminazione di 11.386 posti di docente
conseguente all'aumento del numero degli studenti
per classe e alla riconduzione a 18 ore dell'orario
delle cattedre di tutte le discipline;
considerato che il 28 maggio il Consiglio dei
Ministri ha approvato lo Schema di regolamento per
il riordino degli Istituti professionali, prevedendo
una suddivisione in due settori («servizi» e
«industria ed artigianato») ed ogni settore in
indirizzi. Per i «servizi»: 5 indirizzi: agricoltura
e sviluppo rurale, manutenzione e assistenza
tecnica, socio - sanitari, enogastronomia e
ospitalità alberghiera, commerciali. Per «industria
e artigianato», a partire dal secondo biennio, 2
indirizzi: industria, artigianato;
con riferimento alle scelte generali del riordino e
alla ricaduta sulle economie locali:
la proposta va nella direzione di un ruolo
sussidiario, sostitutivo o complementare, rispetto
al sistema di istruzione e formazione professionale
regionale (di cui al capo III del decreto
legislativo 17 ottobre 2005, n 226) e, in questa
prospettiva temporanea, la missione di questi
istituti rimane non definita e non precisata nei
tempi e nell'esito finale, facendo emergere la
debolezza del presente riordino;
vi è una riduzione degli indirizzi, con la presenza
di una consistente area di insegnamenti generali
comuni, che a prima vista pare opportuna e
chiarificatrice. In realtà, questa riduzione è utile
solo in una visione di formazione a professioni
uniformi nel Paese. Gli Istituti Professionali,
tuttavia, hanno un'altra «vocazione» che è quella di
formare a molteplici professioni radicate nel
territorio, professioni di eccellenza in quella data
regione, professioni talvolta di nicchia, ma
orgoglio del made in Italy. Queste filiere di
professioni, nel riordino, vengono accorpate o
snaturate fino quasi a dissolverle. Per fare solo
alcuni esempi:
il design (finora «tecnico per i servizi
grafici pubblicitari») unificato alla professione di
tipografo;
l'accorpamento in un unico «laboratorio in servizi
enogastronomici e della ricettività alberghiera» di
tre indirizzi: cucina, sala bar e ricevimento;
nell'indirizzo «operatore dei servizi sociali» le
due discipline musica e disegno accorpate in
«laboratori di espressione musicale e grafica» (in
questo caso, diventa inevitabile chiedersi se il
docente si sarà diplomato al conservatorio o
all'istituto d'arte);
l'assorbimento degli istituti d'arte (finora tra gli
istituti professionali atipici) nei licei, con la
perdita della specificità di tanti territori:
lavorazione dell'oro, del corallo, del legno, della
ceramica... ;
analoga situazione per l'Istituto di Stato per la
Cinematografia e la Televisione (attualmente
ricompreso tra gli indirizzi atipici) che, in
ragione dell'alta specializzazione, con il nuovo
assetto perderà la propria peculiarità e
specializzazione e che, per contro, dovrebbe poter
essere inserito in una filiera (non prevista dal
regolamento), quale quella del Cinema e
dell'Audiovisivo;
il sostanziale depauperamento in termini di qualità
e specificità dell'istituto professionale per
tecnico di laboratorio chimico biologico in cui, a
partire dall'anno scolastico 2010/2011, verranno
cancellate molte ore di chimica e biologia che
costituiscono la specificità del percorso
professionale;
è completamente assente una valutazione degli
indirizzi che conducono a professioni oggi divenute
di alta specializzazione tecnica e di valenza non
locale, ma nazionale ed europea e che meriterebbero
una considerazione sulla 'natura' del profilo: se
debba rimanere nell'area dell'istruzione
professionale, o se, invece, sia di pertinenza
dell'istruzione tecnica;
manca, inoltre, del tutto la prospettiva della
formazione terziaria non universitaria, chiaramente
aperta ai professionali. Si tratta di una visione
del settore dell'istruzione professionale al
ribasso, quasi un istituto tecnico semplificato, che
non ha all'orizzonte l'alta formazione professionale
quale contributo forte alla crescita in qualità
delle economie locali e alla creazione di nuova
occupazione;
con riferimento alla collocazione dei Professionali
nell'istruzione secondaria:
il sistema di istruzione proposto non lineare e non
integrato tra licei, tecnici e professionali non
consente di attenuare progressivamente la visione
«gerarchica» del sistema formativo nazionale che
rappresenta gli studenti più dotati come coloro
destinati ad iscriversi ai Licei e tutti gli altri,
secondo uno schema «discendente», distribuirsi negli
altri comparti formativi di tipo tecnico e, quindi,
professionale: visione «gerarchica» che distorce
l'orientamento degli studenti e delle famiglie che,
aspirando ad un titolo che ha erroneamente maggior
riconoscimento sociale, non tengono conto della
reali attitudini causando, di conseguenza,
disadattamento nell'indirizzo scelto e quindi
dispersione scolastica;
non è evidenziata una sufficiente distinzione dagli
istituti tecnici sia nella tabella oraria, sia nel
titolo rilasciato, sia nella durata quinquennale
senza qualifiche intermedie dopo il terzo o quarto
anno (qualifiche intermedie rilasciate invece dalla
formazione professionale regionale). Ciò prefigura
un sistema di istruzione professionale a geografia
variabile nelle regioni italiane;
il ridimensionamento dell'area professionalizzante -
che caratterizzava questi istituti e garantiva il
collegamento con il mondo del lavoro - snatura il
percorso rispetto all'attuale, e lo orienta in senso
più teorico, quasi indistinguibile dai percorsi
dell'istruzione tecnica;
d'altro canto, tali Istituti professionali statali
non potranno neppure rispondere ad esigenze di
qualità della formazione professionale che, in
alcuni territori, ha già raggiunto standard elevati
tali da richiedere al Ministero, al di là dei
presenti regolamenti, la qualifica per il quinto
anno che apra l'accesso all'Università;
con riferimento alle esigenze degli studenti:
la riduzione delle discipline tecnico-professionali,
non valorizza le capacità operative degli studenti e
non è, quindi, più in grado di assicurare risposte
adeguate alla loro domanda formativa. Un esempio per
tutti: nel settore Industria e Artigianato nei primi
3 anni si passa da 36 a 32 ore, con una riduzione
assoluta di 396 ore e percentuale dell'11 per cento.
L'area d'indirizzo si riduce del 14 per cento nel
primo biennio, del 26 per cento il terzo anno, del
20 per cento nei primi 3 anni. In assoluto, in 3
anni si perdono 330 ore di indirizzo, vale a dire
l'83 per cento della perdita complessiva;
parimenti, la trasformazione in un percorso
quinquennale, al pari dei Licei e degli Istituti
Tecnici con conseguente soppressione della qualifica
intermedia, non costituirà un'attrattiva per le
ragazze e i ragazzi che non intendono affrontare fin
da subito, un percorso quinquennale;
questi ragazzi e ragazze non sono 'deboli' per
definizione, ma in quanto inseriti in percorsi non
adatti alle loro attitudini e talenti - e tale si
configura questa riforma degli istituti
professionali statali - che finora la scuola non è
stata in grado di sviluppare sufficientemente
scegliendo invece la soluzione di abbassare i
livelli, costruendo percorsi teorici sempre più
semplificati, che porta alla ghettizzazione
culturale;
il riordino degli istituti professionali non
contiene, in tal senso, indicazioni di innovazione
della didattica, centrata sull'esperienza diretta in
ogni disciplina e sulla importanza dei laboratori e
dell'apprendimento in situazione (alternanza
scuola/lavoro) e dell'apprendimento in
service-learning, vale a dire imparare mettendo
concretamente a servizio della propria comunità la
specializzazione che si sta acquisendo. Tale
indicazione pare fondamentale per studenti con
esigenze formative e prospettive diverse (da quelle
di chi frequenta i Licei e gli Istituti tecnici),
per i quali i percorsi non devono essere chiusi, ma
interconnessi con tutto il sistema formativo, aperti
all'Alta formazione e al passaggio all'Università,
diffusi capillarmente su tutto il territorio
nazionale, con diverse opzioni di conclusione del
ciclo scolastico e con un contatto con il mondo del
lavoro che vi faciliti l'inserimento, in modo da
sviluppare nei giovani un'idea positiva di sé ed una
speranza per il proprio futuro;
a riguardo del rapporto con la formazione
professionale regionale:
la duplicazione tra «istruzione professionale»
statale e «formazione professionale» regionale crea
una forte ambiguità tra gli istituti in oggetto e
quelli della formazione regionale, tale da non
rendere trasparente l'offerta formativa agli
studenti, alle famiglie e al sistema economico, come
invece avviene in molti altri paesi europei
avanzati;
mantenere questa duplicità tradisce la finalità di
ancorare questa parte dell'istruzione al territorio,
così come voluto dal Titolo V della Costituzione, e
la mancata intesa con le regioni sui ruoli e sulle
competenze tra Stato ed enti locali in materia di
istruzione, produce conseguenze problematiche sia
sull'assetto complessivo del sistema che sulla
capacità di costituire un percorso formativo di pari
equivalenza;
le emergenze economiche, sociali e culturali del
Paese, al contrario, oggi richiedono al Parlamento,
alle Regioni ed al Governo un impegno più coraggioso
e più riformatore, che, in particolare, porti a
superare questo dualismo solo italiano;
in particolare, il Governo ha ignorato totalmente il
ruolo delle Regioni nel redigere il piano
dell'offerta formativa scolastica ed il piano di
dimensionamento della rete scolastica, entrambi di
competenza regionale. Ma ciò che è più grave, il
Governo - agendo in modo unilaterale - non ha aperto
un tavolo di concertazione con le Regioni ed, anzi,
ha agito senza attendere che si perfezionasse
l'accordo quadro in Conferenza unificata;
tale concertazione è essenziale per salvaguardare la
ricchezza propria della formazione professionale di
esperienze di eccellenza, mediante: varietà di
risposte alle diverse e numerose esigenze degli
studenti; un consolidato collegamento con il mondo
del lavoro; motivazione sociale di molti enti
rivolti a ragazzi in difficoltà e a rischio
emarginazione, povertà, e reclutamento da parte
della criminalità organizzata perché già fuoriusciti
dalla scuola;
con riferimento all'obbligo scolastico:
come ricordato in premessa, la legge finanziaria
2007 lo ha elevato dai 14 ai 16 anni attraverso un
biennio che garantiva conoscenze culturali adeguate
e a tale scopo erano state stanziate risorse dal
Governo Prodi. Tali risorse sono state
successivamente soppresse dalla 122/08, con
l'indicazione che l'obbligo scolastico possa essere
adempiuto anche in corsi di formazione
professionale, senza la verifica di un adeguato
programma di cultura generale nell'offerta
formativa;
gli Istituti professionali statali (che offrono
certamente tale adeguata istruzione), non potranno
risolvere, pur svolgendo un ruolo sussidiario, le
carenze della formazione professionale e soprattutto
non la incentiveranno nelle regioni in cui non
esiste ancora;
in conclusione:
considerato quanto espresso in premessa;
preso atto del parere espresso dalla Conferenza
Unificata Stato, Regioni e Autonomie Locali del 29
ottobre 2009;
preso atto del parere del Consiglio Nazionale della
Pubblica Istruzione;
scuola/lavoro) e dell'apprendimento in
service-learning, vale a dire imparare mettendo
concretamente a servizio della propria comunità la
specializzazione che si sta acquisendo. Tale
indicazione pare fondamentale per studenti con
esigenze formative e prospettive diverse (da quelle
di chi frequenta i Licei e gli Istituti tecnici),
per i quali i percorsi non devono essere chiusi, ma
interconnessi con tutto il sistema formativo, aperti
all'Alta formazione e al passaggio all'Università,
diffusi capillarmente su tutto il territorio
nazionale, con diverse opzioni di conclusione del
ciclo scolastico e con un contatto con il mondo del
lavoro che vi faciliti l'inserimento, in modo da
sviluppare nei giovani un'idea positiva di sé ed una
speranza per il proprio futuro;
a riguardo del rapporto con la formazione
professionale regionale:
la duplicazione tra «istruzione professionale»
statale e «formazione professionale» regionale crea
una forte ambiguità tra gli istituti in oggetto e
quelli della formazione regionale, tale da non
rendere trasparente l'offerta formativa agli
studenti, alle famiglie e al sistema economico, come
invece avviene in molti altri paesi europei
avanzati;
mantenere questa duplicità tradisce la finalità di
ancorare questa parte dell'istruzione al territorio,
così come voluto dal Titolo V della Costituzione, e
la mancata intesa con le regioni sui ruoli e sulle
competenze tra Stato ed enti locali in materia di
istruzione, produce conseguenze problematiche sia
sull'assetto complessivo del sistema che sulla
capacità di costituire un percorso formativo di pari
equivalenza;
le emergenze economiche, sociali e culturali del
Paese, al contrario, oggi richiedono al Parlamento,
alle Regioni ed al Governo un impegno più coraggioso
e più riformatore, che, in particolare, porti a
superare questo dualismo solo italiano;
in particolare, il Governo ha ignorato totalmente il
ruolo delle Regioni nel redigere il piano
dell'offerta formativa scolastica ed il piano di
dimensionamento della rete scolastica, entrambi di
competenza regionale. Ma ciò che è più grave, il
Governo - agendo in modo unilaterale - non ha aperto
un tavolo di concertazione con le Regioni ed, anzi,
ha agito senza attendere che si perfezionasse
l'accordo quadro in Conferenza unificata;
tale concertazione è essenziale per salvaguardare la
ricchezza propria della formazione professionale di
esperienze di eccellenza, mediante: varietà di
risposte alle diverse e numerose esigenze degli
studenti; un consolidato collegamento con il mondo
del lavoro; motivazione sociale di molti enti
rivolti a ragazzi in difficoltà e a rischio
emarginazione, povertà, e reclutamento da parte
della criminalità organizzata perché già fuoriusciti
dalla scuola;
con riferimento all'obbligo scolastico:
come ricordato in premessa, la legge finanziaria
2007 lo ha elevato dai 14 ai 16 anni attraverso un
biennio che garantiva conoscenze culturali adeguate
e a tale scopo erano state stanziate risorse dal
Governo Prodi. Tali risorse sono state
successivamente soppresse dalla 122/08, con
l'indicazione che l'obbligo scolastico possa essere
adempiuto anche in corsi di formazione
professionale, senza la verifica di un adeguato
programma di cultura generale nell'offerta
formativa;
gli Istituti professionali statali (che offrono
certamente tale adeguata istruzione), non potranno
risolvere, pur svolgendo un ruolo sussidiario, le
carenze della formazione professionale e soprattutto
non la incentiveranno nelle regioni in cui non
esiste ancora;
in conclusione:
considerato quanto espresso in premessa;
preso atto del parere espresso dalla Conferenza
Unificata Stato, Regioni e Autonomie Locali del 29
ottobre 2009;
preso atto del parere del Consiglio Nazionale della
Pubblica Istruzione;
ritenuto, dunque, che:
il Governo, per la materia dell'Istruzione
professionale, debba profondere, congiuntamente al
Parlamento e alle Regioni, un impegno maggiore e più
riformatore che porti a superare superflui dualismi,
ad assicurare un'istruzione equa ed adeguata in
tutto il Paese, con pari dignità per tutti i
percorsi di studio e, di conseguenza, ad inserire
nei livelli essenziali per l'istruzione anche
l'intera filiera dell'Istruzione professionale,
esprime
PARERE CONTRARIO
sullo Schema di Regolamento in oggetto.